Taormina Film Festival #64: i premi.

Con la sessantaquattresima edizione del Taormina Film Festival ormai alle porte, è tempo di dare uno sguardo a quelli che sono stati i veri protagonisti dell’evento: le pellicole e gli artisti.

Nella serata conclusiva, spiccano i quattro Tauro d’Oro alla carriera consegnati ad artisti di fama internazionale: Matthew Modine, indimenticabile protagonista di Full Metal Jacket (1987), diretto da Stanley Kubrick; Richard Dreyfuss, noto soprattutto per Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) sotto la  direzione di Steven Spielberg; Rupert Everett, che ha conquistato il pubblico con il suo The happy prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, nel quale figura anche come attore protagonista; ed infine Michele Placido, attore e regista che in questa sua doppia veste ha segnato gli ultimi vent’anni della cinematografia italiana.

Passando alle pellicole, il Taormina Arte Award come miglior film è andato a Once Upon a Time in November del polacco Andrzej Jakimowski, mentre la regista statunitense Debra Granik si guadagna il premio alla miglior sceneggiatura con il suo Leave No Trace. Parla italiano, invece, il Taormina Arte Award per la regia, che è stato assegnato a Lorena Luciano e Filippo Piscopo per It Will be Chaos. Italia protagonista anche per quanto concerne la categoria di migliore attore, col premio che è andato ad Alberto Mica protagonista di Transfert del regista catanese Massimiliano Russo. Premio come miglior attrice, infine, a Leven Rambin, per la sua prova in Tatterdemalion della statunitense Ramaa Mosley.

IL VIAGGIO DI DEBRA GRANIK TRA I FESTIVAL MONDIALI

All’interno del vasto programma del TFF#64, a nostro giudizio è stata proprio Debra Granik, con Leave No Trace, a presentare una delle opere certamente più interessanti dell’intera kermesse. La pellicola della regista di Cambridge si è presentata a Taormina forte di un percorso festivaliero di tutto rispetto: presentata in anteprima mondiale al Sundance Film Festival di quest’anno, è poi sbarcata al più prestigioso dei festival cinematografici, quello di Cannes, dove ha presenziato nella prestigiosa categoria Quinzaine des Réalisateurs.

LEAVE NO TRACE: ODISSEA AL DI FUORI DELLA CIVILTÀ

Adattamento del romanzo My Abandonment di Peter Rock, Leave No Trace racconta la storia di un padre, Will, e di sua figlia Tom, che vivono in una riserva naturale nei pressi di Portland (Oregon). Non sappiamo nulla di loro, né delle motivazioni che li hanno spinti ad uno stile di vita tanto estremo. Unici due pilastri di una famiglia monca – non sappiamo nemmeno perché la madre non sia con loro -, padre e figlia vagano per i boschi e vivono in perfetta armonia con la natura circostante. Un giorno, sorpresi dalle autorità, vengono forzosamente ricondotti alla civiltà. E quello che pareva un legame indissolubile, rivela tutte le crepe che una qualunque famiglia si trova a dover affrontare nel corso della vita.

LA FAMIGLIA, LE SCELTE ED IL SENSO DELLA NATURA

Il film di Debra Granik non parla solo di un genitore ed una figlia in mezzo alla foresta, ma abbraccia una più ampia (e, potremmo dire, universale) tematica: quella dei rapporti tra i membri della famiglia e, più in generale, quello della scelta individuale. In un contesto che potremmo definire estremo, cioè privo di qualsiasi contatto umano e di ogni legame vagamente sociale, l’unico rapporto visibile pare ancor più forte proprio a causa del citato gioco di sottrazione operato dalla regista. Lo spettatore si aggrappa con tutto sé stesso a questa famiglia spezzata, l’immedesimazione con ciò che è mostrato sullo schermo è assoluta. Will e Tom sono fantasmi per il resto della civiltà, una civiltà che del resto non si vede mai e per la quale i due protagonisti non sono nulla. Non possono, letteralmente, lasciare alcuna traccia.

Ma è proprio a causa di una leggerezza della ragazzina che il “mondo di fuori” irrompe con tutta la violenza della quale è capace nel rapporto esclusivo (utopico?) di padre e figlia, mandando progressivamente in pezzi tutto ciò che finora entrambi avevano costruito. Quella di Will e Tom non sarà più una vita da apolidi della civiltà. Attraverso la coercizione, i due verranno condotti ad una vita più addomesticata che, come tutte le scelte forzate, avrà conseguenze devastanti sulle loro vite. Questa specie di domesticazione metterà in moto un effetto-domino difficilmente controllabile da parte del padre, che vedrà crescere la sua Tom in maniera sorprendente e rapidissima. La ragazzina, lungi dall’essere ingenua, inizierà il suo personale percorso di formazione e saprà decidere in totale autonomia della propria vita. Anche a costo di dolorosissime – sebbene necessarie – scelte personali.

A fare da contorno alla vicenda filmica, un sottotesto tematico tutt’altro che secondario legato ad una visione romantica e a tratti sentimentalistica della natura: selvaggia, spietata a volte, pericolosa ma comunque in fondo benevola, sede di una purezza smarrita. Una natura foriera di un pacifismo di fondo che probabilmente, a nostro avviso, costituisce l’unico punto debole di un film rispettabile in quanto a sceneggiatura e location.

STILE DOCUMENTARISTICO E SCENE INDIMENTICABILI

Tra le note più positive di Leave No Trace vi è la prova del direttore della fotografia Michael McDonough, capace di rendere la magia dei boschi con inquadrature ed effetti chiaroscurali notevoli. Il film della Granik, una regista che già diverse volte nel corso della sua carriera ha avuto modo di cimentarsi con il genere documentaristico, affianca alla solida struttura tematica uno stile quasi documentario. Inquadrature brevi, a volte concitate, sempre funzionali allo sviluppo della trama. Il risultato complessivo è un’opera tecnicamente valida e convincente, capace di coniugare bellezza e funzionalità.

Leave No Trace, tra i migliori film presentati al Taormina Film Festival #64, è un film in grado di suscitare profonde riflessioni sulla famiglia e sui legami che essa genera; su una contemporaneità sempre più connessa e forse eccessivamente virtuale, che ha dimenticato la natura. O che, semplicemente, procede anche con violenza sulla strada del suo sviluppo, tagliando fuori ogni utopia.

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