Il Cavaliere Oscuro: arte su pellicola

Cosa può spingere un uomo ad ergersi a paladino della giustizia? Quali conseguenze possono derivare da un atto di tale portata? Può il fine giustificare i mezzi? Esiste la morale in un mondo dominato dall’avidità e dalla fame di potere? Si può sperare nella redenzione, oppure anche i migliori sono destinati a fallire e a cadere in tentazione?

Sono passati dieci anni da quando Christopher Nolan decise di condensare tutti questi interrogativi in un’unica pellicola e mettere in scena la sua opera più matura e forse inarrivabile. Sono passati dieci anni da quando Nolan decise che quella armatura apparentemente inscalfibile necessitava di essere colpita, colpita e spezzata. Abbandonare l’idea dell’eroe impavido e sicuro di sé e mostrare l’uomo, con tutte le fragilità, i dilemmi e le paure recondite che ne contraddistinguono l’esistenza. Non esistono il bene assoluto e il male assoluto. Non esistono azioni senza conseguenze. Il mondo è caos, e “certi uomini voglio solo veder bruciare il mondo“. Questo, signori miei, è Il Cavaliere Oscuro.

Con un’uscita estiva mal digerita dai fratelli Nolan, il 23 e 24 Luglio 2008 Il Cavaliere Oscuro arrivava nel nostro Paese. Di lì a poco sarebbe diventato il film di supereroi in assoluto più amato e discusso, citato e analizzato fino alla nausea, capostipite di una generazione d’oro per le major hollywoodiane, una pellicola che va oltre anche alla stessa trilogia di cui è il secondo capitolo. Nolan dimostra ancora una volta di saper padroneggiare la macchina da presa come pochi al mondo e, insieme al fratello e co-sceneggiatore Jonathan, da vita ad un mondo talmente reale, cupo e serio da far impallidire anche il più abile degli sceneggiatori. Il tutto contestualizzato in un mondo, quello del comic, che per antonomasia non fa del reale e del serio i suoi cavalli di battaglia. Eppure funziona. E funziona divinamente.

I Nolan sfatano, definitivamente, il mito del supereroe in calzamaglia al cinema: riprendono ciò che di buono Raimi aveva fatto con la sua trilogia dedicata all’Uomo Ragno, inseriscono le dinamiche tipiche del comic all’interno di un contesto credibile, una città vera, che pullula di rivalsa, odio e squallore, e, in definitiva, mettono alle corde colui che dovrebbe essere il paladino senza macchia, l’eroe incontrastato, scraventandolo in una spirale di violenza e immoralità che ne farà vacillare per sempre le certezze. Tra sequenze alla Michael Mann (si veda la rapina iniziale nell’intro) e scene al fulmicotone, viene fuori un’opera magistrale, eterna nella sua bellezza, capace di sfatare tutti i dubbi che accompagnano ogni sequel. Una pellicola che potrebbe vivere di vita propria.

Il contesto, come detto, è credibile. Prima la popolazione era un concentrato di vuoto e staticità, messa lì per fare contorno e far fare buona figura all’eroe, mentre qui invece è un’entità dinamica e viva.

Il dramma dell’eroe è presente. Ma per rendere il tutto memorabile mancano dei tasselli. Fondamentali.

In primis serve un cattivo. Ma non il classico cattivo. Serve di più. I film di Joel Schumacher hanno presentato al pubblico delle nemesi a tratti ridicole, rendendo a tutti gli effetti l’uomo Pipistrello un B-Movie per scaricatori di porto. Serve un cattivo con cui immedesimarsi, con cui provare empatia. Per cui, a tratti, patteggiare, tifare, e perché no pensare (in maniera maligna) “quasi quasi spero che vinca”. Non dite di non averlo mai pensato almeno una volta! Per i Nolan è necessario eliminare per sempre la dicotomia bianco-nero. Il grigio è ciò che serve. Serve follia alimentata da odio. Pietà accompagnata da spirito di auto commiserazione. In una parola: Joker.

Heath Ledger eredita un ruolo complesso e zavorrato dalle attese, con alle spalle un Jack Nicholson come punto di riferimento. Un confronto arduo ed impervio ma, ex post, vinto e stravinto. La penna di Nolan e il talento di Ledger danno vita ad un personaggio (in ambito cinematografico si intende) memorabile, entrato per sempre nell’immaginario collettivo. Quel senso di straniamento. Quella lucida follia. Quel legame così stretto con il suo più grande nemico. “L’unica regola della vita e vivere senza regole“.

In secundis serve una causa, un pretesto. Credibile. Un qualcosa che alimenti le follie del cattivo e faccia piombare il protagonista nel caos, in un bivio in cui non avrebbe mai pensato di trovarsi. Serve il grigio, appunto. È questo prende il nome di Harvey Dent. Un uomo integerrimo, ligio al dovere, una roccia che fa della legge il suo ariete e della sua integrità morale la sua bandiera. Un uomo che fa della sua vita un esempio, avendo come unico obiettivo quello di trasformare Gotham e sradicare per sempre il male che giorno dopo giorno ne consuma la speranza per un futuro migliore.

Ma Harvey Dent è pur sempre un uomo, e il Joker, con abilità e maestria, scava nel suo animo, ne scova le paure e come un fenomeno carsico lo distrugge. La bandiera della legalità si macchia di quel sangue che aveva giurato di proteggere, facendo della vendetta lo scopo della sua vita.

L’uomo Pipistrello è adesso solo. Ha visto la sua nemesi plasmare a sua immagine e somiglianza colui su cui aveva creduto, su cui aveva puntato per una Gotham migliore. Resta al suo fianco un commissario Gordon in continua ricerca di sé stesso, anch’egli prigioniero delle sue paure e continuamente tormentato. È davvero di Batman che Gotham ha bisogno? È giusto fidarsi di lui o è lui la causa di tutti i mali? Cosa succederà a Gotham quando si verrà a sapere che i migliori hanno fallito, tradendo quelle promesse tempo addietro fatte?

 

Perché scappa? Perché devono dargli la caccia? Ma perché? Non ha fatto niente!” 
“Perché lui può sopportarlo! Perché lui non è un eroe! È ciò di cui questa città ha bisogno, ma non adesso! È un guardiano silenzioso, è un cavaliere oscuro. ”

 

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