L’immigrazione è davvero un problema per l’Europa?

Tema ampiamente dibattuto e spesso strumentalizzato da media e forze politiche, l’immigrazione si presenta come un argomento spesso criptico ed oscuro. Proviamo a fare chiarezza sulla reale incidenza del fenomeno nel sistema sociale ed economico del nostro Paese.

Percezioni vs realtà

Il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, nella sua relazione annuale, afferma che ” […] in Italia c’è una forte domanda di lavoro immigrato”, dunque “in presenza di decreti flusso del tutto irrealistici, questa domanda si riversa sul lavoro irregolare”. Eppure l’opinione pubblica ha una concezione profondamente negativa del fenomeno dei migranti economici.

Per cominciare bisognerebbe spostare il focus del dibattito dal tema “profughi” al tema “migrazione”. Per rendere l’idea, bastia immaginare che, oggi in Italia, abbiamo 2,4 milioni di occupati stranieri regolari (10,5% del totale), ben 14 volte rispetto al numero di richiedenti asilo presenti nei centri accoglienza (170 mila). Questo significa che un lavoratore italiano su dieci è immigrato e che il fenomeno, nel suo complesso, riguarda più del 10% del PIL.

Fino al 2011 (anno dell’inizio delle primavere arabe e delle guerre in Libia e in Siria), l’ammissione di migranti economici permetteva una rapida integrazione e un aumento della produzione totale del paese, oltre un maggiore gettito per le casse statali. Dallo scoppio della crisi, i governi UE hanno cominciato a ridurre drasticamente le quote di lavoratori extra-UE, causando un ispessimento delle già farraginose procedure burocratiche (che si traduce, ipso facto, in un limbo di costi per lo Stato).

I permessi di soggiorno sono scesi da 350 mila nel 2010, a 125 mila nel 2011 e addirittura a 13 mila nel 2016. Il parallelo aumento dei permessi per motivi umanitari non giustifica la percezione negativa dell’opinione pubblica e non compensa la discesa dei permessi per lavoro.

Problema o risorsa?

In tempi di crisi, si acuisce lo scontro sociale e si diffonde la convinzione che gli stranieri tolgano posti di lavoro ai disoccupati italiani. Dunque, sebbene i due gruppi siano numericamente simili (2,4 milioni gli occupati stranieri, 2,5 milioni i disoccupati italiani), non sono per nulla sostituibili. Gli stranieri svolgono lavori despecializzati e poco qualificati (colf e badanti in primis), mentre i disoccupati italiani, sono, per la maggior parte, almeno diplomati, e ambiscono a professioni qualificate. Gli occupati stranieri sono in prevalenza al Nord, i disoccupati italiani al Sud. Senza contare la tendenza demografica: in un paese che invecchia rapidamente, reintegrare i disoccupati (parte dei quali in età avanzata) non basterebbe a sostenere il sistema pensionistico. Demograficamente parlando, gli immigrati sono la linfa vitale del nostro paese. Con buona pace della retorica salviniana.

Inoltre, i settori con la maggior presenza di occupati irregolari sono anche quelli con la più alta incidenza straniera: edilizia, agricoltura e lavoro domestico. Con la ripresa economica, il fabbisogno di manodopera aumenterà: un aumento delle quote di lavoratori extra-UE avrebbe il duplice effetto di svuotare il bacino dell’irregolarità e spingere l’onda della ripresa.

Matteo Salvini, Ministro dell’Interno e baluardo della logica d’emergenza. L'”emergenza immigrazione” è stato uno dei pilastri della campagna elettorale della Lega.

Possibili strategie

Posto che una condivisione d’intenti a livello europeo sia la strategia utopicamente migliore, l’Italia, paese di prima accoglienza per eccellenza, potrebbe cominciare a creare un modello virtuoso a lungo termine.

Le priorità sarebbero due: scoraggiare il lavoro nero attraverso incentivi a chi assume e controlli rigorosi, e favorire canali d’ingresso legali, che fungerebbero da deterrente per la migrazione irregolare.

Senza arrivare al modello canadese, basato sulla “qualità” del migrante e spesso molto farraginoso, si potrebbero introdurre altri elementi di valutazione (età, competenze) che consentano lo switch da un’immigrazione “passiva” ad un’immigrazione “attiva” o “co-gestita”, orientata al fabbisogno del mercato del lavoro.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella di negoziare accordi bilaterali con i paesi aventi le maggiori quote di emigrati, affinando così strumenti già utilizzati in passato (non sempre con successo). In questo modo, gli stessi Paesi d’origine potrebbero collaborare per la gestione dei flussi irregolari e dei rimpatri.

Nel frattempo, a Roma fanno di tutto pur di chiudere le frontiere. Macron e Conte fanno le bizze per 50 migranti. È davvero l’immigrazione il problema dell’Europa?

Questo articolo è tratto da uno studio di Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin, ricercatori della fondazione Leone Moressa, in collaborazione con Andrea Stuppini, dirigente della Regione Emilia-Romagna ed esperto di immigrazione.

-Antonio Salerno

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