Into the wild: eroe o codardo?

Sono trascorsi ventisei anni dalla morte del giovane Christopher Mccandless. E dopo tutto questo tempo, la sua figura esercita ancora un grande fascino per molti che lo  ammirano e che lo prendono ad esempio per tentare di cambiare la propria vita. Proprio come ha fatto lui con la sua. Ricordato e celebrato come un eroe, lo era davvero o si trattava di uno dei tanti che non hanno saputo crescere e affrontare le responsabilità che comporta il diventare adulti?

Chi era Christopher Mccandless?

Forse molti che non ricordano il suo nome avranno visto il film Into the wild del 2007 diretto da Sean Penn e interpretato magistralmente da Emile Hirsch, lavoro che a sua volta è stato tratto dal romanzo di Jon Krakauer Nelle terre estreme. Entrambi, piuttosto fedelmente, raccontano le vicende che hanno ruotato attorno alla figura di questo giovane ragazzo americano. Quando a soli ventidue anni, coraggiosamente o vilmente, ha il preso la drastica decisione di allontanarsi dalla confortevole quanto scomoda vita, per stravolgerla, alla ricerca di qualcosa.

Christopher infatti, subito dopo gli studi, mosso da una profonda inquietudine, decide di intraprendere un viaggio in solitaria e senza meta tra gli stati americani. Scarsamente equipaggiato si muove dal Messico all’Alaska, lasciando dietro di sé tutto ciò che ritiene inutile. Pure la sua identità: il suo nuovo nome sarà Alexander Supertramp.

Mccandless e il mito

Non è certo lui il primo ad aver compiuto un viaggio post lauream all’avventura, verso l’ignoto e alla scoperta di se stesso. E allora perché Christopher Mccandless è diventato così popolare, tanto da essersi meritato un posto fisso nell’immaginario collettivo? Probabilmente grazie alle (verosimili) motivazioni che lo hanno spinto a partire, alla sua apparente incoscienza nell’affrontare la natura selvaggia. Alla sua giovane età, alle circostanze che hanno caratterizzato la sua morte prematura. All’aver vissuto in totale solitudine per 112 giorni nella taiga alaskana. E sicuramente perché ha avuto l’ardire di compiere ciò che molti sognano e che mai realizzano.

Il giovane ragazzo della Virginia è diventato simbolo di un ideale di cui sono alla ricerca molti ma che pochi, davvero pochi, riescono a raggiungere ed ad incarnare veramente. È ricordato come l’uomo libero per eccellenza, colui che è riuscito a scrollarsi di dosso i dettami della società moderna e le regole del consumismo più sfrenato e della routine estraniante. Che è andato incontro ai suoi più veri desideri per saziare la sete di avventura, pagando il prezzo più alto.

La presunta verità

Eppure c’è chi non si è lasciato abbindolare dal suo mito. C’è chi ha mantenuto una visione disincantata della sua impresa, giudicando Mccandless un ragazzino immaturo e sconsiderato che ha procurato un dolore enorme alla sua famiglia per averla abbandonata. Che per puro capriccio o desiderio di evasione è scappato dalle sue responsabilità. Che, arrogante e superficiale, non ha saputo dare il giusto rispetto alla natura che, per questo, gli si è rivelata ostile e fatale.

Non sappiamo quali siano stati i suoi ultimi pensieri, intrappolato in un vecchio autobus abbandonato che fungeva da casa. Rimane però un particolare su cui soffermarsi: Chris voleva tornare a casa. Ed effettivamente è ciò che stava accingendosi a fare. Con l’obiettivo di tornare indietro, doveva guadare un fiume che però a causa dello scioglimento delle nevi era impossibile da superare. Ciò lo costrinse a rimanere nel suo Magic Bus fino a morire di stenti.

La felicità è reale soltanto se condivisa

Così scriveva Mccandless, citando Tolstoj. Forse il giovane non è niente di tutto ciò che abbiamo scritto finora (e in fondo, chi siamo noi per giudicare?). Forse era solo un ragazzo che doveva e voleva compiere il suo percorso, senza pentimenti e rimpianti, prima di arrivare ad una grande consapevolezza, per cui valeva la pena tutto. Anche morire.

-Federica Ottaviano

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