Il NO WAY non è la strada giusta

Col termine “No Way” si indica la politica anti-immigrati dell’Australia che alcuni vorrebbero prendere ad esempio anche in Italia. Oltre ad essere costoso, è un modello difficile da applicare e non replicabile che ha avuto molti risvolti negativi.

Non si entra

La nuova politica australiana sui migranti è entrata in vigore nel 2013, promossa dall’allora primo ministro Tony Abbott. In realtà si tratta di più iniziative messe in campo simultaneamente. Da un lato la campagna di informazione “No Way” vera e propria, che serve a dissuadere chi vuole entrare illegalmente nel paese. In sostanza viene detto in più lingue che non c’è alcun modo per stabilirsi in Australia entrando illegalmente dal mare. A questa va aggiunta l’operazione “Sovereign Borders”, un’intensa attività politico-militare avviata con lo scopo di respingere e deportare in altri paesi i migranti irregolari.

Sorveglianza

La strategia è semplice: scoraggiare chi vuole partire rendendo impossibile arrivare. Per fare questo non è sufficiente la sola comunicazione. Il governo ha messo in campo un grosso numero di unità della marina militare per sorvegliare e intercettare le navi sospette. Chi viene bloccato può andare incontro a due diverse situazioni. La sua imbarcazione può essere trainata nelle acque territoriali di Indonesia o Sri Lanka, i principali scali di partenza dei migranti irregolari, e lì abbandonata. Oppure essere spedito in uno dei centri di identificazione e detenzione in Papua Nuova Guinea o nell’isola di Narau. Si tratta di due stati indipendenti dall’Australia, dove i migranti possono ricevere il permesso di soggiorno se, dopo averne inoltrato la richiesta, riescono ad ottenere lo status di rifugiato. Il diritto d’asilo, però, gli varrà solo in quelle due isole più piccole e non sul territorio australiano.

Impatto internazionale

Come si è visto, all’operazione partecipano altre nazioni e questo ha avuto un costo. Tramite accordi interazionali, la patria dei canguri ha da un lato pagato gli Stati coinvolti per accettare i respinti e dall’altro ha sostenuto i costi per il mantenimento dei centri di identificazione. Vere e proprie carceri di baracche e tende dove, come denunciato da più agenzie umanitarie, le condizioni igienico-sanitarie sono pessime. In una delle zone più calde del pianeta, ratti e scarafaggi fanno quotidianamente compagnia ai migranti. La mancanza di opportunità spinge alcuni detenuti adolescenti alla depressione, a comportamenti autolesionistici e al suicidio. Secondo un rapporto dello stesso governo australiano, inoltre, nei centri si sono verificate violenze di natura fisica e sessuale nei confronti di donne e minori. Secondo Amnesty International il sistema di detenzione attuato dall’Australia è paragonabile alla tortura.

Intercettazione
militari australiani intercettano un’imbarcazione di migranti (fonte: abc.net.au).

I numeri

Per quanto criticabile, il sistema sembra funzionare. Come riporta un articolo de “Il Post“, prima del “No Way”, nel 2013, si è registrato il record di sbarchi nell’isola: 20 mila persone. Per dare un’idea il record italiano, risalente al 2014, è stato di 170 mila arrivi. Dopo l’intervento, nel territorio australiano sono arrivate solo 1.350 persone. Nel 2018 il comandante dell’operazione, Stephen Osborne, ha risposto alle critiche sostenendo che negli ultimi 4 anni nessun’imbarcazione illegale è arrivata in Australia.
Tutto ciò ha avuto un prezzo. Secondo documenti governativi, nel 2017, il costo annuo per l’intero intervento (dalle spese militari al pagamento degli Stati che accolgono) ha raggiunto i 4 miliardi di dollari australiani (circa 2 miliardi di euro all’anno). Soldi spesi anche per mantenere, ad un costo medio annuo di 346,18 dollari, 1.140 persone nei centri di detenzione oltre confine. Di questi, almeno 661 sono stati formalmente riconosciuti come rifugiati.

Perché non è replicabile?

Se l’Italia dovesse adottare integralmente il modello i costi sarebbero molto più alti. Basti pensare che nel solo 2017 (nonostante il numero sia in calo) sono arrivati nel Belpaese 119.310 migranti. Tralasciando le questioni morali, a conti fatti applicare il “No Way” costerebbe allo Stato italiano oltre 20 miliardi l’anno.
Ammesso che le autorità siano disposte a spendere quella cifra bisognerebbe trovare Stati, come Narau e l’Indonesia, disponibili per denaro ad accettare le stesse condizioni. Una situazione tutt’altro che facile nel Mediterraneo. La Libia rimane un posto instabile, con più governi che rivendicano il potere e varie milizie che continuano a spararsi contro. Inoltre nessuno dei vari esecutivi libici vuole trasformare il paese in un enorme campo profughi. Anche altre nazioni del Nord Africa (come la Tunisia) hanno già storto il naso a piani simili.

 

-Claudio Abramo

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