La teoria del male olandese e il declino del settore manifatturiero

Uno dei meccanismi sottostanti i fallimenti dei Paesi ricchi di materie prime è il cosiddetto “male olandese”. Si tratta di un fenomeno per il quale la presenza di un settore industriale “trainante” per il PIL e con un fortissimo successo in termini di esportazioni, aumenta il valore della moneta nazionale e deprime la competitività degli altri settori. La teoria sostiene che un incremento nel reddito derivante dalle risorse naturali porta alla deindustrializzazione dell’economia nazionale tramite l’apprezzamento del tasso di cambio. Ciò rende il settore manifatturiero meno competitivo e i servizi pubblici invischiati con gli interessi privati. Chiaramente risulta estremamente difficile affermare definitivamente che il male olandese sia la causa del declino del settore manifatturiero. Nel mondo ci sono molti altri fattori in gioco nella molto complessa economia globale.

L’Olanda è il primo paese a diagnosticare questo male

Il termine “Dutch disease” è stato coniato dal noto giornale “The Economist” nel 1977. Questo termine è stato utilizzato la prima volta per definire un male che attanagliava l’economia olandese.  Solitamente l’economia olandese è sempre stata molto solida, ed inoltre per anni aveva goduto di notevoli introiti ottenuti mediante il settore estrattivo. Dopo un po’, questo magico idillio termina e l’Olanda inizia a soffrire. Si inizia con un netto calo degli investimenti fino ad arrivare ad un aumento della disoccupazione che dal 1970 al 1977 passa dal 1% al 5,1%.

Nel caso dell’Olanda il fortissimo aumento delle esportazioni dovute al settore estrattivo aveva aumentato il valore della moneta nazionale e di conseguenza i prezzi delle merci esportate era aumentato. Quindi a causa di questo apprezzamento della moneta, l’Olanda ha visto un graduale abbassamento delle merci esportate con tanto di danno per l’economia nazionale. Oltre al graduale apprezzamento del fiorino (moneta olandese) l’insuccesso dei produttori olandesi era ampliato anche dal fatto che era difficilissimo provare ad aumentare la produttività. Difatti non si potevano contrarre i salari dei lavoratori che giustamente chiedevano un aumento per via dell’aumento generale dei prezzi.

Il Venezuela sta vivendo un caso di male olandese

Il Venezuela attualmente è prostrato da una gravissima crisi economica che sta distruggendo l’intera economia. Ma perchè tutto questo?

C’è da dire che il Venezuela è un paese ricchissimo di petrolio, ma a causa di congiunture sfavorevoli, il prezzo del petrolio è crollato in questi anni. Il prezzo del petrolio è letteralmente crollato da 105 dollari al barile del 2014 fino ai 30 dollari dell’inizio 2016. L’Olanda era stata afflitta da questo male senza un crollo del prezzo del gas che esportava. Quindi pensate cosa possa succedere se anche il settore trainante crolla. E se a questo cocktail esplosivo aggiungiamo delle politiche e provvedimenti sbagliati attuati dal governo otteniamo un’inflazione al 2735% a fine 2017 e secondo le stime dell’assemblea nazionale raggiungerà e supererà il 6000%. Praticamente il paese è sprofondato in una iperinflazione degna della Germania durante la repubblica di Weimar.

Ripercorrendo alcune tappe fondamentali andiamo al 2006 quando Chavez ha ingrandito in maniera crescente la spesa pubblica. Secondo gli economisti Ricardo Hausmann e Miguel Angel Santos, questo piano di spese poteva essere sostenibile solo con un prezzo del barile superiore a 200$. Un’enormità rispetto ai 30$ di cui si deve accontentare attualmente. Quindi ciò che non si poteva ottenere tramite gli introiti del petrolio come lo si ottiene? Indebitandosi chiaramente. Tutto si è trasformato in un pesante debito pubblico. Queste spese, poi, sono state indirizzate verso utilizzi tradizionalmente poco produttivi, pur con delle eccezioni. Se è vero che ci sono stati grandi investimenti per abbattere povertà, analfabetizazione e criminalità, è anche vero che, secondo l’ex Ministro del Tesoro Jorge Giordani, 25 billion di dollari sono stati persi per la corruzione ed inoltre la burocrazia centrale si è moltiplicata nel giro di pochi anni.

Minimizzazione del male olandese

Esistono due modi per ridurre la minaccia del male olandese: rallentare l’apprezzamento del tasso di cambio reale ovvero incrementare la competitività del settore manifatturiero.

Un approccio è quello di sterilizzare l’improvviso aumento dei redditi, evitando di introdurli nel paese tutti in una volta, e conservandone una parte all’estero in fondi speciali per poi portarli dentro poco alla volta. La sterilizzazione porterà a una riduzione dell’effetto spesa. Altro beneficio dell’introduzione lenta dei redditi nel paese, è che questa può dare al paese un flusso stabile di redditi; situazione preferibile rispetto al non sapere quale sarà il relativo afflusso annuale. Inoltre, conservando parte dei redditi all’estero, un paese sta effettivamente risparmiando per le generazioni future.

La Norvegia è famosa per essere stata capace ad usare le royalties del petrolio in maniera accorta in questi anni. Nel 1969 è stato trovato il primo pozzo e nel corso degli anni 70’ la Norvegia ha assistito al boom della produzione nazionale di idrocarburi. Proprio durante questo decennio in Norvegia si è fatta fortissima la discussione a proposito del metodo con cui reinvestire le royalties del petrolio. Questo picco di attenzione in quegli anni ha spinto le istituzioni Norvegesi a porre delle limitazioni al fenomeno. Le royalties sono gestite da un organismo estraneo al gioco della politica, fatto di tecnici ed esperti che possono fare soltanto determinati investimenti in mercati esteri. Tenendo lontanto questo enorme capitale, la tentazione di investirlo è minima. Quando il petrolio finirà le generazioni future potranno disporre di ingenti capitali per poter sviluppare settori alternativi al settore estrattivo.

Crediti immagine: La Voce delle Lotte, temiboreali – WordPress.com, Money.it, Brandspur

 

– Giuseppe Lombardia

Giuseppe Lombardia

Giuseppe Lombardia

Mi chiamo Giuseppe Lombardia, ho 21 anni e studio economia e commercio all’università di Catania. Sono appassionato di politica e storia.

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