Unknown Wars: il conflitto in Yemen

In tutto il mondo si combattono guerre sconosciute, scontri di cui si parla poco ma che spesso hanno ripercussioni pure su di noi. Come in Yemen dove una lunga guerra civile continua a fare vittime tra la popolazione.

Una fragile unità

Geograficamente lo Yemen è composto da una striscia di sabbia posta all’estremità inferiore della penisola arabica, che si alterna con vari altipiani e montagne. Fino al 1990 era diviso in due stati, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud, che si unificarono in un’unica nazione dopo una lunga divisione. Venne scelta come capitale la città di Sana’a, un gioiello architettonico talmente importante dal punto di vista culturale da essere dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Nonostante gli sforzi post-unitari e la presenza un discreto numero di giacimenti petroliferi, è uno dei paesi più poveri al mondo. Sin dai primi anni 2000 il paese è stato al centro di una guerra civile tra le forze governative e il gruppo armato degli Huthi, un’organizzazione sciita originaria del nord del paese.

Sana'a
Una veduta di Sana’a, la capitale dello Yemen.

La tempesta

Gli Huthi hanno da sempre sostenuto di agire in difesa delle loro comunità che ritengono colpite da sistematiche discriminazioni e rivendicando un miglior trattamento delle regioni del nord, particolarmente povere. Dal 2004 si susseguirono numerose insurrezioni e accordi di pace che hanno caratterizzato il paese fino al 2012.
Poi la “primavera araba”, quel complesso di manifestazioni e rivolte popolari che sconvolse politicamente molti paesi, giunse pure qui. Il presidente in carica, Ali Abdullah Saleh, rassegnò le dimissioni e al suo posto arrivò il sunnita Abd Rabbuh Mansur Hadi. Il suo compito era quello di governare il paese per due anni, traghettandolo a nuove elezioni. Nel febbraio 2015, temendo che consultazioni fossero un miraggio, gli Huthi invasero la capitale rimettendo al potere Saleh e costringendo Hadi alle dimissioni. Quest’ultimo si rifugiò ad Aden (l’ex capitale del Sud) rivendicando il potere con l’appoggio della comunità internazionale.

Coalizione internazionale

Da quel momento il paese è, nuovamente, diviso in due: a Nord ci sono gli sciiti Houthi mentre a Sud le forze sunnite leali ad Hadi. Come se non bastasse langhe porzioni di territorio sono cadute sotto il controllo di Al-Qa’ida, mentre alcuni villaggi sono stati occupati dai militanti dell’ISIS.
Nel marzo del 2015 l’Arabia Saudita organizzò una coalizione di paesi sunniti per sostenere Hadi. Accanto ai sauditi intervenirono anche: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar. In un primo momento si “limitarono” a bombardare le zone controllate dagli Houthi. Queste azioni, secondo l’ONU, hanno provocato “vittime civili dirette” colpendo indiscriminatamente zone residenziali, mercati e istituzione mediche. Bisogna inoltre considerare che sono tutt’oggi impiegati ordigni fabbricati in Occidente (anche in Italia) e venduti ai sauditi perché la comunità internazionale, nonostante le violazioni dei diritti umani, non ha mai reso esecutivo alcun embargo.

Air Strike
Un bombardamento in Yemen. (fonte: Khaled Abdullah/Reuters).

L’assedio

Dopo i bombardamenti aerei iniziò l’offensiva via terra e mare. Nel 2015, le forze della coalizione entrano nel paese chiudendo in una tenaglia a Nord gli Houthi e i fedeli di Saleh. Questi, sostenuti ufficiosamente dall’Iran sciita, si ritrovano sott’assedio e con essi anche i civili. Il blocco navale prima e l’occupazione dei porti poi, impediscono ancora oggi l’arrivo degli aiuti umanitari nel Nord. La popolazione da allora si trova accerchiata, ciò ha provocato il diffondersi di fame ed epidemie. Per gli alleati arabi si tratta di un modo per mettere pressione sui nemici, che ha dato degli effetti. Nel 2017 Saleh annunciò che era disposto ad un accordo con i sauditi, suscitando l’ira degli Houthi. Capita l’antifona, il presidente dichiarò sciolta l’alleanza ma parte del suo esercito lo tradì rimendo federe agli Houthi. Rimasto isolato, Saleh si diede alla fuga ma venne ucciso dai suoi ex-alleati.

Situazione attuale

Dalla morte di Saleh la situazione non è affatto migliorata. Lo stato d’assedio del Nord continua incessantemente, impedendo a viveri e medicinali di arrivare a chi ne ha bisogno. Questo ha permesso il propagarsi del colera che, secondo alcune stime, tra il maggio e l’agosto del 2018 ha ucciso 2.000 persone contagiandone altre 500.000. Una vera e propria catastrofe: due terzi della popolazione yemenita, 22 milioni di persone, avrebbe bisogno di assistenza sanitaria e alimentare. Il tributo più alto, come spesso accade, è pagato dai minori. Oltre a rischiare di morire ammazzati dalle bombe o stroncati dalle epidemie, gli Houthi utilizzerebbero i bambini come soldati.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nell’aprile del 2016, dal marzo 2015 il 60 per cento delle morti e dei ferimenti di bambini sono da attribuire alla coalizione militare a guida saudita e un altro 20 per cento agli Houthi (fonte: amnesty.it).

Funerale
Funerale di bambini colpiti da un bombardamento saudita (fonte: France-Presse).

Importanza strategica

Dal punto di vista militare la coalizione (che ha perso il Bahrein per via degli scherzi tra Doha e Riad) avanza faticosamente, ottenendo delle vittorie. La più importante di tutte è stata la presa del porto di Hodeida. Si tratta del principale snodo del paese: è il punto d’arrivo dell’80% degli aiuti dall’estero ma, soprattutto, veniva impiegato dagli Houthi per ricevere rifornimenti dall’Iran. Inoltre tramite la gestione dello scalo le forze del Nord intascavano 40 milioni di dollari al mese, che venivano impiegati per finanziare le milizie.
L’importanza strategica che riveste la costa yemenita è proprio alla base dell’intervento militare massiccio dell’alleanza araba. Dalla fascia costiera dello Yemen, in particolare dallo stretto di Bab el Mandeb, passano quotidianamente ingenti quantità di merci, soprattuto petrolio. L’ente statunitense per l’energia ha calcolato che il volume di greggio transitato per quello stretto nel 2016 sia stato di 4,8 milioni di barili.

L’oro nero

Lo stretto è uno dei più importanti transiti al mondo: si tratta di un passaggio obbligatorio per arrivare al canale di Suez e da lì al Mediterraneo. Da quei mari passa la linfa vitale per tutti i paesi come i paesi mediorientali che basano la loro economia sugli idrocarburi. Questo spiega l’interventi saudita ma non è solo una questione di controllo. A causa della guerra, il numero dei barili transitai per Bab el Mandeb è sceso dai 17 milioni del 2009 ai 5 milioni del 2015.

La gestione di quella bocca d’accesso all’Europa fa gola anche all’Iran, principale sponsor degli Houthi. La situazione di incertezza in Siria (dove comunque l’alleato Assad sembra che rimarrà al potere) rende lo stretto yemenita l’unico passaggio sicuro per il petrolio iraniano diretto a Suez. L’intervento delle monarchie del Golfo sunnite è quindi da leggere come funzionale a ridurre le capacità degli sciiti iraniani di esportare.

Interessi in ballo

La sicurezza di quelle tratte commerciali non è interesse esclusivo degli arabi. Non è un caso se proprio di fronte alle coste dello Yemen, in Gibuti, ci sia una fitta presenza di basi militari straniere (tra cui una italiana). Proprio il coinvolgimento delle super-potenze occidentali potrebbe essere alla base del mancato interesse dei mass media alla vicenda. Oltre a vendere armi, secondo alcuni organi d’informazione, dei paesi occidentali (Francia e USA nello specifico) starebbero sostenendo direttamente le operazioni dei sauditi. Questo anche perché Riad è il principale alleato degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, oltre ad essere uno dei più grandi esportatori di petrolio.

petroliera

Perché se ne parla poco?

Le ragioni sono varie e hanno a che fare con la nostra considerazione globale su ciò che accade nel nostro pianeta.
Come già detto, gli attori in gioco hanno sicuramente contribuito a mantenere “sotto tono” la vicenda, per tutelare i loro interessi, ma ci sono anche ragioni di palinsesto. La situazione yemenita è precipitata in contemporanea con l’avanzata dell’ISIS in Iraq e Siria. I mass media hanno preferita dare maggior copertura alle “vittorie” dell’organizzazione capace di scatenare attentati in Europa. Inoltre in territorio siriano si sta anche consumando uno scontro tra super-potenze.

Tutto sommato dello Yemen se ne parla un po’ di più di altri conflitti. Non è la prima volta che delle guerre non suscitano l’interesse dell’opinione pubblica occidentale. Questo perché consideriamo erroneamente quelle ostilità come problemi lontani da noi, che non ci toccano da vicino.

Errate convinzioni

Ma ci toccano eccome! La riduzione del numero dei barili che passano da Bab el Mandeb ha contribuito all’aumento del prezzo del petrolio. Ci sono altre crisi che incidono profondamente sulle quotazioni (il Venezuela in primis) ma la perdita registrata in una cosi importante rotta non ha sicuramente aiutano, neanche in altri settori. Dallo stretto yemenita transita annualmente il 10% del commercio mondiale, non solo quello petrolifero. Inoltre gli yemeniti scappano. I profughi sono milioni, prendono qualunque strada pur di trovare un posto migliore dove vivere e avrebbero bisogno di tutta la comprensione possibile da parte dei paesi d’approdo. Una “comprensione”, però, difficile da ottenere: il diffuso silenzio sulla guerra civile ha generato l’ignoranza del fenomeno non solo tra i cittadini ma anche tra gli stessi politici!
In un post su Facebook datato luglio 2018, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini lasciava intendere che in Yemen non ci fosse nessuna guerra.

– Claudio Abramo

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