Il soldato che non si arrese alla storia – Il caso di Hiroo Onoda

Dopo la fine della seconda guerra mondiale alcuni militari giapponesi rifiutarono la resa e continuarono a combattere. È il caso di Hiroo Onoda, che per trent’anni ignorò la realtà pur di eseguire gli ordini rimanendo fedele a se stesso, al suo essere un soldato.

Soldati fantasma

La fine di un conflitto, specialmente di una guerra mondiale, è storicamente un momento di sollievo, nel bene o nel male. I militari tornano a casa, o a quel che ne resta, e i civili ricominciano a condurre un’esistenza dignitosa senza il timore dei bombardamenti. Solitamente la pace arriva con la firma di un armistizio, con un ordine di cessare il fuoco. Ci sono stati casi, però, in cui la semplice resa per alcuni non fu sufficiente: il più emblematico di questi si verificò in Asia dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Al termine del conflitto, infatti, sul fronte del Pacifico molti soldati giapponesi continuarono a combattere anche dopo la resa del loro paese. Venivano chiamati zan-ryū Nippon hei (soldati giapponesi lasciati indietro) ed erano altamente motivati a resiste ad ogni costo, combattendo contro chi consideravano il “nemico”.

Questione d’onore

Varie furono le motivazioni per cui questi militari non obbedirono all’ordine di arrendersi. Spesso non ricevettero proprio alcun ordine. Nell’agosto del 1945 più di 600.000 militari nipponici erano erano dispiegati oltre confine (principalmente in Cina, Corea, Filippine e altre isole del Pacifico) e questo rendeva le comunicazioni complesse. Quest’ultime furono definitivamente interrotte con il collasso delle forze armate, lasciando le truppe allo sbando. Molti, quindi, non vennero semplicemente a conoscenza della fine delle ostilità e, senza l’ordine di un diretto superiore, continuarono a combattere.

In altri casi si rifiutarono per via del Bushidō (letteralmente: la via del guerriero), ovvero l’antico codice di condotta dei samurai, che considera disonorevole la resa.

Per queste ragioni, nonostante la maggior parte di loro venne comunque catturata alla fine degli anni ’40, alcuni continuarono a resistere addirittura per decenni. È ciò che accadde a Hiroo Onoda.

Onoda
Hiroo Onoda nel 1944.

L’arrivo a Lubang

Il tenente Onoda fu addestrato alla scuola militare di Nakano come agente dei servizi segreti. Era specializzato nel condurre azioni di guerriglia e nella raccolta di informazioni.

Nel 1944 fu inviato nell’isola di Lubang, nelle Filippine, col compito di aiutare le forze nipponiche sul posto ad ostacolare l’avanzata statunitense. Il suo diretto superiore, il maggiore Yoshimi Taniguchi, gli aveva dato precisi ordini: vivere di ciò che la terra gli avrebbe offerto e non suicidarsi. L’ufficiale, inoltre, rassicurò il tenente dicendo: “potrebbero volerci 3 anni oppure 5 ma qualunque cosa accada torneremo per te”.
Nonostante la missione di Onoda fosse quella di sabotare l’avanzata degli Alleati, gli ufficiali di alto rango gli impedirono di distruggere le infrastrutture dell’isola. Questo agevolò l’avanzata degli americani che conquistarono Lubang nel febbraio del 1945.

Lo sbarco Alleato

Quando i marines giunsero su l’isola, i giapponesi si divisero in formazioni più piccole composte da 3 o 4 uomini che si rifugiarono nella giungla. Molti vennero catturati o si arresero ma non il gruppo capeggiato da Onoda. Il tenete rimase al comando di un’unità composta da tre soldati: il caporale Shoichi Shimada, il soldato Yuichi Akatsu e il soldato scelto Kinshichi Kozuka. Il gruppo si stabilì sulle montagne per nascondersi, rimanendo così isolato dal mondo esterno.
Sul finire del 1945 sia gli isolani che lo stesso esercito nipponico distribuirono sull’isola dei volantini per informare i soldati giapponesi sulla fine della guerra. L’unità di Onoda trovo questi opuscoli ma credette che si trattasse di un trucco degli americani per farli arrendere. Continuarono, quindi, a razziare i contadini del luogo (credendoli nemici) per procacciarsi cibo e altre risorse.

La resistenza

Nel 1949 il soldato Akatsu si allontanò dal resto del gruppo e si arrese, poco dopo, alle forze filippine. I suoi racconti convinsero le autorità ad intensificare i tentativi per cercare di far arrendere gli altri. Nel 1952 vennero lanciate a tal fine foto e lettere scritte dai familiari, ma pensarono si trattasse di un altro inganno. Ciò contribuì ad alimentare le loro paure e paranoie. Inoltre mentre i soldati indossavano ancora le uniformi, gli isolani erano vestiti con abiti civili e questo fu interpretato dal gruppo come l’ennesima tattica ingannevole. Questo era uno dei motivi per cui i tre continuarono a sparare a chiunque, l’altra ragione è che le rapine ai danni dei coltivatori locali rappresentavano la loro unica fonte di sostentamento.

Nel 1954 il caporale Shimada rimase ucciso durante uno scontro a fuoco con l’esercito filippino, lasciando così soli Onoda e Kozuka.

La svolta

I due continuarono a combattere contro un nemico oramai solo immaginario. Per circa due decenni rimasero fedeli ai loro ordini originari, portando avanti missioni di sabotaggio e raccolta di informazioni.
Il 19 ottobre 1972 Kozuka venne ucciso dalla polizia durante una sparatoria mentre tentava di bruciare il raccolto di riso in una fattoria. Il tenente Onoda, cosi, rimase l’ultimo sopravvissuto.
In quegli anni i tentativi di rintracciarlo furono disperati: tra il 1972 e il 1973, parenti e familiari di Onoda (venuti a sapere che era ancora vivo) si recarono a Lubang nel tentativo di convincerlo a tornare a casa ma fu tutto inutile.

In quegli anni un giovane giapponese, Norio Suzuki, lasciò l’università per girare il mondo e: “trovare il luogotenente Onoda, un panda e l’abominevole uomo delle nevi” in quest’ordine. Nel 1974 il coraggioso esploratore si inoltrò nella giungla e riuscì a trovare il tenente.

Hiroo Onoda consegna la sua spada al Presidente delle Filippine Ferdinand Marcos. Fonte: washingtonpost.com

Ritorno alla base

Vista la resistenza di quest’ultimo ad arrendersi, il ragazzo tornò in Giappone e riuscì a rintracciare l’ex diretto superiore di Onoda, il maggiore Taniguchi. Suzuki convinse Taniguchi a recarsi sull’isola per aiutare il suo vecchio sottoposto a deporre le armi.
Nel maggio del 1974 il maggiore viaggiò nelle Filippine per adempiere alla sua promessa di tornare a recuperare il soldato. Onoda, che indossava ancora la sua divisa, saluto la bandiera giapponese e si consegnò alle autorità locali. Consegnò anche il suo equipaggiamento: una spada (regalo della madre), un pugnale, un fucile type-99 (perfettamente funzionate) varie munizioni e bombe a mano. Poiché pensava che il conflitto fosse ancora in corso, il governo filippino gli concesse la grazia per tutti i reati commessi dopo la guerra (circa 30 omicidi). Ritornato in patria venne accolto con tutti gli onori e divenne molto popolare.

Gli ultimi anni

Nonostante il suo ritorno a casa Onoda non si ambientò perfettamente al nuovo Giappone, per questo si trasferì in Brasile col fratello, dove allevò bestiame. Precedentemente scrisse un libro sulla sua avventura intitolato, nella versione inglese, “No Surrender: My Thirty-Year War” che divenne un best seller.

Anni dopo tornò nel paese del Sol Levante e su insistenza di alcuni amici, accetto una grossa somma di denaro offertagli dal governo nipponico per poi reinvestirla, nel 1984, nella fondazione di un istituto per bambini. Nel 1996 tornò a Lubang dove, dopo aver donato 10.000 dollari alla scuola elementare locale, pregò per le vittime delle sue azioni belliche. Morì nel 2014 per complicazioni cardiache.

Impatto culturale

La storia di Onoda ha avuto negli anni un importante impatto culturale, in patria e non, complice la larga diffusione della sua biografia e l’attenzione mediatica data alla sua “resa”. Nel film italiano “Chi trova un amico trova un tesoro” con Bud Spenser e Terrence Hill, uno dei personaggi è ispirato ad Onoda. Le vicende di Onoda sono state riprodotte, quanto meno nelle caratteristiche dei personaggi di questa storia, in altri film, romanzi, canzoni e cartoni animati in giro per il globo.

– Claudio Abramo

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *