Provenzano al 41bis: la sentenza della Corte EDU

La detenzione di Provenzano

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per l’applicazione dell’articolo 41-bis della legge sull’ordinamento penitenziario a Bernardo Provenzano. Si tratta dell’articolo che introduce nel nostro sistema il cosiddetto “carcere duro”, cui il mafioso di Corleone fu sottoposto dal momento della sua cattura nel 2006. A causa delle sue condizioni di salute precarie, dopo qualche anno il legale di Provenzano chiese la revoca del regime del 41-bis, che fu però riconfermato dalla Cassazione nell’estate del 2015. La Corte negò che il boss, trattenuto in una camera di massima sicurezza presso l’ospedale San Paolo di Milano, potesse essere trasferito ai domiciliari, nel reparto per detenuti ordinari. In particolare, le condizioni promiscue, le cure meno dedicate e le attrezzature non adeguate di questo reparto avrebbero esposto il boss a un rischio maggiore. Conseguentemente, il rinnovo del 41-bis fu giustificato nell’ottica di tutelare la salute dello stesso Provenzano.

Il deterioramento di condizioni e la decisione di Strasburgo

Sede della CEDU
Fonte: lettera43.it

Successivamente, le condizioni di Provenzano subirono un ulteriore e grave deterioramento. Ed è qui che interviene la Corte EDU, contro il ministero della Giustizia italiano, per aver rinnovato il carcere duro. In particolare, dal 23 marzo al 13 luglio (data della morte del boss), tale rinnovo viene ritenuto inumano e degradante. Non viene messa in dubbio l’adeguatezza di una detenzione, né viene criticato il 41-bis in sé. La Corte Europea ritiene, però, che le condizioni quasi vegetative di Provenzano non siano state adeguatamente considerate dal ministero della Giustizia. La motivazione del rinnovo pecca, quindi, laddove manca di valutare lo stato mentale del detenuto.

L’assenza di risarcimento

Rosalba Di Gregorio, legale di Provenzano
Fonte: secoloditalia.it

Come già detto, la Corte di Strasburgo nega che le condizioni del boss fossero incompatibili con qualunque forma di detenzione. Aggiunge anche come non possa ritenersi che la salute e il benessere di Provenzano siano stati in questo lasso di tempo violati. Conclude quindi negando che possa accogliersi la richiesta di un risarcimento per 150mila euro che era stata avanzata. L’avvocato Di Gregorio, legale del capomafia, si ritiene comunque soddisfatta. Sostiene come non si trattasse di una battaglia monetaria, ma solo di una lotta per il riconoscimento di un principio: il carcere duro per un soggetto non più socialmente pericoloso sarebbe una mera persecuzione. Questo parziale successo viene, tra l’altro, raggiunto dall’avvocato dopo una serie di rigetti provenienti da tutti gli organi giurisdizionali italiani cui si era rivolta.

L’articolo 41-bis

Ma cosa prevede il carcere duro? Fra gli aspetti più importanti, innanzitutto, l’isolamento dagli altri detenuti. Ciò si sostanzia nel divieto di accesso agli spazi comuni del carcere e in una camera di pernottamento singola. È poi prevista una limitazione dell’ora d’aria e una sorveglianza stringente, attuata da un reparto speciale della polizia penitenziaria. Sono poste, ancora, limitazioni ai colloqui con familiari e legali, sia per quantità che per durata. Ed è altresì previsto un limite per le somme o gli oggetti che possono essere ricevuti dall’esterno. Va ricordato che, dopo aver cercato di comunicare in codice con l’esterno, nei primi tempi della sua detenzione, a Provenzano era stato anche applicato l’ulteriore regime di sorveglianza speciale di cui all’art.14-bis della legge sull’ordinamento penitenziario. Negli ultimi anni, ad ogni modo, il boss mafioso era stato quasi costantemente ricoverato presso strutture ospedaliere e affidato a medici specialisti.

Cosa condanna la Corte?

Proprio per questo il regime dell’art.41-bis non ha influito negativamente sulle sue cure, così come riconosciuto dalla stessa Corte Europea. È quindi opportuno ribadire che la condanna non si fonda su una violazione del diritto alla salute. Diversamente, l’incapacità mentale di Provenzano, comprovata da varie perizie, avrebbe dovuto impedire il rinnovo del carcere duro. Questo sarebbe superfluo nei confronti di un soggetto che avrebbe perso pericolosità sociale e che non necessiterebbe più di alcuna forma di rieducazione, data la sua incapacità di comprendere. Ed ecco che il 41-bis, in questa ricostruzione, diventa un mero accanimento e si traduce in trattamento inumano e degradante.

La reazione sociale

In una visione freddamente giuridica, la posizione della Corte di Strasburgo può funzionare. Ma si capisce come mai abbia fatto molto clamore e provocato molta indignazione sia a livello popolare che nelle dichiarazioni di molti politici. Non è facile ritrovare umanità e compassione verso chi non ne ha dimostrata nel corso della sua vita. Soprattutto per coloro che hanno vissuto in prima persona il dolore e l’orrore delle azioni di Provenzano, come i parenti delle sue vittime. È chiaro che queste persone vedano la Corte EDU come lontana, inconsapevole di cosa la mafia possa fare e abbia fatto. Ai loro occhi, parlare di pericolosità sociale venuta meno e di rieducazione di Provenzano non può che sembrare inconcepibile. E sfido, al loro posto, a pensarla diversamente.

 

-Francesco Runello

Francesco Runello

Francesco Runello

Iscritto alla facoltà di giurisprudenza presso l'ateneo di Catania. La mia più grande passione è la scrittura, che mi ha condotto a scrivere articoli e un romanzo. Ho collaborato con alcune testate online parlando di arte e cultura. Da marzo 2018 affronto temi politici e sociali nella redazione di Millennials.

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