Perché Silvia non è John?

Nelle ultime settimane due storie tanto simili quanto distanti tra loro sono balzate agli occhi dell’opinione pubblica. Da un lato la vicenda della coopertante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya, e dall’altro la storia dell’evangelizzatore americano John Allen Chau, ucciso dagli indigeni delle isole Sentinel. Giovani volontari in luoghi lontani, due eventi tragici ma non paragonabili.

Milanese col cuore africano

Nel cuore di novembre del 2018 l’opinione pubblica italiana viene a conoscenza del rapimento della cooperante Silvia Romano. La giovane ragazza, 23 anni, era arrivata in Africa ad inizio mese per cooperare con una onlus che si occupa di aiutare i bambini nel continente nero. Nella notte del 20 novembre, alle 20 ora locale, è stata sequestrata in uno sperduto villaggio del Kenya, da uomini armati che in un primo momento si sospetta siano legati ad un gruppo terroristico. In seguito la polizia locale ha inquadrato l’episodio come l’atto di criminali comuni ma, purtroppo, questo non esclude che la giovane sia stata successivamente “venduta” ad altre organizzazioni. Sono stata avviate immediatamente della ricerche su vasta scala che non hanno ancora prodotto dei risultati, la volontaria è ancora dispersa.

Indignazione social

Nonostante ci sia una famiglia in apprensione, l’indignazione social è scattata come un corridore scatta alla partenza. Infatti non sono mancati i commenti contro la volontaria. Chi ha sostenuto che se la fosse “cercata” perché non ha preso delle contromisure sapendo che il luogo era pericoloso, accusandola di imprudenza.
Altri commenti gettonati sono stati: “dovevi rimanere in Italia”, “prima gli italiani”. Chiaramente non si può attribuire la colpa di un rapimento all’ostaggio né tanto meno accusare una ragazza per aver deciso di aiutare chi né ha più bisogno (e purtroppo abita spesso in luoghi pericolosi) “a casa loro”.

Buona parte delle critiche, però, riguarda il costo del riscatto. Viene ricordato il rapimento di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo avvenuto in Siria nel 2015, quando l’Italia pagò un riscatto milionario per il rilascio. Ecco chi accusa Silvia l’attacca dicendo che la sua scelta, quella di aiutare in Africa, la pagheranno i contribuenti.

Cooperante
Silvia Romano. Fonte: Il Tempo.

L’evangelizzazione

Negli stessi giorni, dall’altra parte del mondo, avveniva vicenda altrettanto tragica. John Allen Chau, missionario statunitense di 27 anni è stato ucciso nell’isola di North Sentinel, nell’Oceano Indiano. L’isola è un territorio incontaminato così come i suoi abitanti, la tribù dei sentinellesi, considerati tra i pochi rimasti al mondo le cui tradizioni non sono state contaminate dalla cultura moderna. Infatti i sentinellesi rifiutano violentemente qualsiasi contatto col mondo esterno e vivono di sussistenza, si pensa, da millenni. La determinazione degli indigeni nel respingere gli intrusi ha causato alcune vittime negli anni. Nel 2006 due pescatori di frodo accidentalmente finirono sulle rive dell’isola con la loro imbarcazione. Si pensa vennero uccisi non appena messo piede sulla spiaggia. Nel tentativo di recuperare i cadaveri, un elicottero della guardia costiera indiana fu respinto dai guerrieri sentinellesi a colpi di freccia.

Una questione sanitaria

Questo “confino” non ha permesso loro di venir a contatto con malattie diffuse sul resto del globo, non consentendogli di sviluppare gli anticoropi necessari per proteggersi. L’organizzazione Survivor International, che si occupa della difesa dei popoli indigeni, ha definito i sentinellesi “la società più vulnerabile del pianeta” perché anche il minimo contatto con malattie ritenute comuni potrebbe potenzialmente spazzarli via.
È come se venissero ritenuti “uomini in via di estinzione”, da tutelare e da cui tutelarsi. L’India ha vietato l’ingresso nell’isola per i rischi legati alla sicurezza.

Ostinazione fatale

Eppure questo non ha fermato il giovane americano nel proseguire nel suo intento. Nel tentativo di convertire la tribù al cristianesimo ha tentato di instaurare dei rapporti con loro. Il giorno prima dell’incidente fatale era anche riuscito ad intrattenere dei rapporti con alcuni abitanti, barattando con loro oggetti comuni in cambio di un po’ di pesce. Gli indigeni avevano comunque fatto capire che non era una persona gradita sull’isola ma neanche ciò ha fatto desistere il missionario. Dopo aver ingaggiato alcuni pescatori indiani, si è fatto accompagnare nelle acque circostanti l’isolotto tentando di arrivare sulla riva a bordo di un kayak. Sono stati proprio i suoi accompagnatori, poi arrestati, a denunciare la morte del giovane. Sembrerebbe che il corpo sia stato seppellito sulla battigia ma le autorità, qualche giorno dopo, hanno rinunciato a qualunque tentativo di recupero per non mettere in pericolo i sentinellesi.

Evangelizzatore
John Allen Chau. Fonte: CNN.

Concomitanza

Anche nel caso di John, il mondo dei social network non ha perso tempo nel commentare le disavventure del ragazzo. Così come per Silvia, c’è chi gli rimprovera (post-mortem) la poca attenzione, l’imprudenza nell’affrontare gli eventi. C’è anche chi fa notare come il suo comportamento ha rischiato di scatenare un genocidio. Non si può essere che dispiaciuti per la morte del giovane. In fondo ha cercato di aiutare, almeno secondo ciò a cui credeva, pacificamente chi pensava fosse in difficoltà. Ha pagato a caro prezzo quest’ostinazione, lasciando la sua famiglia in lutto.
Nel Belpaese nonostante i commenti alla vicenda fossero più morbidi (forse per gli intenti religiosi dello statunitense) a causa la concomitanza della notizia, alcuni hanno paragonato la morte di Jonh col rapimento di Silvia. In entrambi i casi gli scopi erano pacifici, meritori, perciò è stato facile estendere le considerazioni dell’una sulla vicenda dell’altro.

Profonde differenze

Tralasciando che le autorità keniote considerano la ragazza ancora in vita, vi sono sostanziali differenze tra le due storie che lasciano spazio a diverse considerazioni su quale sia il ruolo del volontario. L’americano ha incessantemente rincorso un suo scopo, trapelando una certa presunzione nell’andare in un posto dove non lo volevano ad imporre una religione. Inoltre ha infranto le leggi di uno Stato bypassando, di fatto, un gigantesco cartello con su scritto “NON ENTRARE”. Senza considerare che ha: esposto dei poveri pescatori ad una sanzione penale per accompagnarlo e messo in pericolo di vita le stesse persone a cui la vita la voleva cambiare. Dall’altra parte abbiamo una giovane che è andata ad aiutare chi ne aveva bisogno, una comunità che non aveva alcun problema ad accettare gli aiuti e la cooperante stessa (anzi). Non ha imposto nulla, non ha messo in pericolo nessun altro, non ha violato alcuna legge.

Speranza

È in frangenti come questi che un Paese dovrebbe riscoprirsi prima di tutto una comunità. Quando uno dei “tuoi” è in pericolo il momento adatto alle ramanzine e alle recriminazioni è successivo al suo salvataggio.
C’è un’italiana che ha deciso di rinunciare alle comodità della sua terra per passare del tempo a portare aiuti, sorrisi a chi altrove chiede di essere aiutato.

– Claudio Abramo

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