Phu Quoc: cronaca di un #roadtrip su due ruote

Ognuno di noi ha i suoi riti quando deve prenotare un viaggio.

Alcuni si affidano a un’agenzia di viaggi, altri si lasciano ispirare da National Geographic. C’è chi si innamora di un posto su instagram e chi invece si lascia convincere dagli amici. E c’è chi come me un giorno vede la locandina del film King Kong Skull Island e si domanda dove sia quel posto meraviglioso. È bastato poco per scoprire che si trattava di Halong Bay, e ancora meno per imparare che è una delle sette meraviglie naturali del mondo. Da avida amante di viaggi e collezionatrice di timbri sul passaporto, ho subito capito che il Vietnam sarebbe dovuto essere la meta del mio prossimo viaggio. Ho già raccontato genericamente perché questa Nazione è una perla inaspettata del sudest asiatico, ma adesso preparatevi a scoprire perché dovreste preparavi per un #roadtrip.

Sono stata abituata fin da bambina che un viaggio non si può definire tale se non si arriva a fine più stanchi che all’inizio.

Il mondo è talmente grande e i Paesi talmente saturi di città da visitare ed esperienze da fare che è impossibile stare fermi in un posto più di due o tre giorni. Per questo quando abbiamo deciso di partire per il Vietnam, abbiamo subito stabilito che i primi quindici giorni sarebbero stati una full immersion di camminate, voli aerei, viaggi in macchina e male ai piedi. Siamo stati perfino capaci anche di montare in sella a degli scoter guidati da due vietnamiti (che non sapevano mezza parola di inglese) per visitare le tombe imperiali di Hue.

Volendo comunque tornare a casa più rilassati che stressati, eravamo d’accordo che l’ultima delle tre settimane di viaggio l’avremmo dedicata al mare.

Cercando un po’ online è emerso che il Vietnam non è molto considerato come meta marittima, ma che le sue più famose zone balneari sono principalmente tre: le Cham Island davanti a Danang, la spiaggia di Nha Trang e le dune sabbiose di Mui Ne. Nonostante siano tutti luoghi estremamente belli, nessuno di essi sembrava andare bene. Le prime troppo turistiche, la seconda troppo metropolitana, la terza troppe onde e poco relax. Eravamo quasi rassegnati a doverci spostare in una Kho tailandese quando Pinterest ci ha rivelato una gemma sconosciuta nel mare della Birmania: Phu Quoc.

L’isola di Phu Quoc è considerata un paradiso, un’oasi vacanziera dove la gente del posto va a ricaricare le batterie.

Per anni è stata oggetto di contesa tra il Vietnam e la vicina Cambogia, ed è quasi integralmente coperta da un Parco Nazionale patrimonio dell’umanità Unesco. A differenza dell’entroterra, Phu Quoc è un luogo dove il tempo è fermo e la fretta non esiste. Nonostante sia lunga cinquanta chilometri e abbia un’aera di 574 km2, l’isola è attraversata da due sole lunghissime strade asfaltate che si diramano dalla città principale di Duong Dong. Data la natura selvaggia del luogo, non è stato facile trovare un resort che sfruttasse questa caratteristica come un punto di forza senza stravolgerla o esserne inghiottito: il range di strutture infatti varia da enormi alberghi in stile metropolitano a bettole inglobate dalla giungla. Dopo un’accurata ricerca, la scelta è ricaduta su un luogo che non finirò mai di idolatrare.

L’oasi eco-friendly del Green Bay Resort

Il Green Bay Resort è una struttura ricettiva di nuova costruzione. È un complesso di circa sessanta bungalow completamente immersi nella natura, che si dirama intorno a un dedalo di stradine lastricate. I cottage sono quanto più eco-friendly possibile, quasi integralmente costruiti ed arredati in legno o bamboo e senza traccia di plastica al loro interno. Due ristoranti, una spa, una piscina dove le sdraio sono immerse al suo interno, una spiaggia di sabbia dorata e una moltitudine di alberelli, fiori, palme, piante. Ecco tutto ciò che serve a questo resort per spiccare sopra ogni altro per rapporto qualità prezzo e soprattutto rispetto e bellezza. Il nostro bungalow era un’immensa palafitta su terra con un bagno più grande della mia cucina, una vasca esterna e un’enorme patio da cui si vedeva in primo piano un laghetto di fior di loto e sullo sfondo, l’oceano.

Rach Vem, la spiaggia delle stelle marine

Dopo i primi due giorni di completo relax sulla spiaggia, abbiamo deciso di andare in esplorazione. Il gentilissimo personale del resort ci ha proposto alcuni tour organizzati. Vista però la nostra reticenza nei confronti di tutto ciò che è turistico, ha trovato la soluzione più adatta alle nostre esigenze: la motocicletta. Così ci siamo buttati in un #roadtrip all’avventura affrontando strade dissestate, tragitti infiniti e traffico sregolato armati soltanto di un vecchio scoter e una cartina. Il primo tragitto verso nord, che ritenevamo il più facile e breve, si è rivelato un vero e proprio fuoristrada in mezzo alla giungla per arrivare a Rach Vem: una spiaggia di finissima sabbia bianca tempestata di splendide stelle marine. Là, un lungo pontile porta a un piccolo villaggio fluttuante dove vive una comunità di pescatori. Tutto intorno la natura è predominante.

Ancora affamati di avventura siamo ripartiti carichi di aspettativa.

Dato che nel viaggio d’andata avevamo affrontato diverse pozzanghere argillose, al ritorno abbiamo pensato di fare la strada all’apparenza più tranquilla. Dopo circa quaranta minuti di saliscendi in mezzo a una foresta di palme, siamo sbucati nella punta più settentrionale dell’isola. Ricordate quando ho detto che Phu Quoc è stata contesa tra Vietnam e Cambogia? La motivazione l’abbiamo scoperta sulla nostra pelle. Scesi di motorino ci siamo accorti di non avere segnale e un misterioso nuovo operatore era comparso sullo schermo:

L’approdo in Cambogia, o quasi…

Sulla soglia dello svenimento, convinti di aver attraversato un warmhole che ci aveva condotti clandestinamente in un’altra nazione, abbiamo timidamente chiesto dove fossimo finiti. Una giovane guida turistica ci ha sorriso, portandoci sulla spiaggia poco distante per indicarci la sponda opposta. Avete presente quando si arriva a Villa San Giovanni per prendere il traghetto per Messina e sembra quasi di poter toccare la Sicilia? Quella era la distanza con la Cambogia: così vicina da vederne la spiaggia. Comprensibile che il cellulare non stesse più capendo dove ci trovassimo, dato che eravamo molto più vicini alla Cambogia che al Vietnam.

Vedete quell’isoletta dietro le barchette e la terra subito dietro? Quella è la Cambogia.
Il Rock Island Club del Nam Nghi Resort

Approfittando della gentilezza della guida ci siamo fatti indicare la strada per la nostra meta successiva: l’isoletta di Hon Mong Tay, Ignari che si trattasse di un club privato all’interno di un resort a cinque stelle. Abbiamo continuato il nostro #roadtrip nella brezza del pomeriggio fino a quando non ci siamo ritrovati all’ingresso. Là siamo stati accolti da una golf car che ci ha condotti alla reception: per accedere all’isola abbiamo dovuto pagare un biglietto da 200mila dong (la modica cifra di circa sette euro e cinquanta), in cui era inclusa consumazione e tragitto a bordo di un lussuoso motoscafo. Una volta lì siamo andati ad esplorare la vivace barriera corallina che circonda l’isoletta, armati di maschera e GoPro. Cocktail analcolico al tramonto, tempo di raccogliere qualche vecchio corallo ormai eroso dal calcare e siamo tornati in albergo pronti per l’indomani.

Il giorno successivo ci siamo svegliati di buona lena pronti a partire alla volta di Bai Sao Beach.

Montati in groppa al nostro potente centoventicinque ci siamo destreggiati tra svolte, rotonde e inutili semafori fino al lungo stradone che conduce all’estremità meridionale dell’isola. Dopo circa un’ora siamo arrivati alla nostra destinazione della giornata: una lingua di sabbia bianco-rosata lambita da una calda acqua turchese, racchiusa tra due bracci di roccia coperti di rigogliosa vegetazione. Tra scatti su un’altalena appesa a una palma a e bagni di sole, abbiamo assaggiato alcuni dei frutti tropicali ticipi del sudest asiatico: durian, pitaya e giaco. E ci siamo dissetati con un enorme cocco verde mentre sguazzavamo nel caldo mare oceanico.

L’ultimo giorno di esplorazione ci siamo dedicati alla scoperta di Duong Dong.

Piccola città di mare, vanta un lungo pontile da cui ammirare il tramonto sul mare e un mercato notturno. Un dedalo di stradine e bancarelle colme di ogni possibile leccornia e di centinaia di oggetti tipici della tradizione artigiana dell’isola. Ovunque volgessimo gli occhi c’erano conchiglie, perle e cocchi decorati. I tanti “ristoranti” del mercato avevano la caratteristica di far scegliere il pesce alla clientela, attraverso un “menù” di acquari da cui letteralmente pescare la cena. Dopo quasi tre settimane di cene luculliane, noi ci siamo limitati ad assaggiare un dolciume tipico dei Paesi che si affacciano sul mar della Birmania: il rolled icecream. Si sceglie la frutta fresca fra una spropositata varietà e un’opzione tra il latte di cocco o il latte condensato. Abili e velocissime mani spezzettano e impastano gli ingredienti su una lastra ghiacciata fino a servire piccoli coni di gelato arrotolato su sé stesso. 

Phu Quoc è un luogo che merita davvero l’appellativo di paradiso.

Una scorza di terra verdeggiante ancora lontana dal caos e dal turismo sfrenato, piena di meraviglie nascoste. Nelle nostre scorribande su due ruote abbiamo visitato due cascate, una “fattoria” di perle, e ci siamo fermati ad ammirare panorami da togliere il respiro. Alla fine del viaggio ci siamo resi conto che aver scelto di esplorare l’isola con un #roadtrip in motocicletta è stata la decisione migliore che potessimo prendere. Ci ha permesso di affrontare avventure che non ci saremmo mai immaginati di vivere. Abbiamo avuto la possibilità di sfruttare il tempo che avevamo a disposizione a nostro piacimento.

Non siete ancora convinti?

Eccovi un ultimo pro-tip: di notte, quando tutte le luci sono spente e l’unico rumore che si ode è la risacca delle onde sulla spiaggia, immergetevi nell’oceano e osservatelo prendere vita intorno a voi. Phu Quoc è uno di quei rari luoghi al mondo dove poter osservare i plankton bioluminescenti. Creature invisibili che si manifestano nella loro bellezza al contatto con il calore della pelle. 

Greta Martini

Fiorentina con un passato da fanwriter, Greta sogna un giorno di diventare un'insegnante. Tra un libro e l'altro, gira il mondo con una macchina fotografica e la meraviglia negli occhi.

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