#Cipassalafame, contro le violazioni dei diritti umani

Ormai è notizia quotidiana, si è perso il conto di quante ONG rimangano in mare nell’attesa di trovare un posto sicuro, per questo motivo è stato lanciato l’hashtag #Cipassalafame.

Oggi, 28 gennaio 2019 è stato indetto uno sciopero della fame. Una giornata intera o anche solo un pasto, senza mangiare per ricordare tutti coloro che perdono la vita nel Mediterraneo; pensando agli uomini, donne e bambini che sono bloccati tutt’ora nei lager libici.

La scelta della data non è casuale, si tratta del giorno successivo alla Giornata della Memoria, una continuità che serve per ricordarci che la morte e la violenza nei confronti di una categoria di esseri umani non sono solo storia del passato. Una presa di posizione ferma, per ricordarci che non possiamo più accettare questa situazione.

Da dove nasce questa iniziativa?

Il movimento #Cipassalafame nasce “dal basso”, attraverso un evento creato da alcuni aderenti fra cui Refugees Welcome Italia ed alcun* attivisti e attiviste, oltre a scrittori e scrittrici, giornalisti e giornaliste, reporter.

Sul sito dell’evento è possibile vedere la mappa delle adesioni.

L’iniziativa ha avuto origine in seguito all’ultimo caso, 150 migranti rimasti in mare oltre 24 ore, prima che il cargo Lady Sham li recuperasse. E dopo essere stati recuperati dalla Guardia Costiera di Tripoli, riportati in Libia, dove all’ordine del giorno vi sono violazione dei diritti umani.

Perché nasce #Cipassalafame?

#Cipassa la fame porta come suo punto di inizio un racconto di un giornalista, Daniele Biella, che viene riportato qui sotto.

“Ho visto segni orribilmente profondi di colpi d’accetta sulle piante dei piedi di un ragazzo: glieli avevano fatti gli aguzzini nelle prigioni illegali libiche. Quando l’ho incontrato zoppicava soffrendo a dismisura.

Ho visto una donna le cui parti intime erano state così ripetutamente violate durante la prigionia che non riusciva né a tenersi in piedi né a indossare alcun indumento senza provare dolore. Quando l’ho incontrata era un fantasma di se stessa.

Ho visto braccia e gambe di diversi ragazzini marchiate con plastica fusa, sempre da parte degli aguzzini che ricattavano al telefono i loro familiari. Quando li ho incontrati mi mostravano i segni ma erano sollevati di essere usciti da quell’inferno sani e salvi.

Il ragazzo, la donna, i ragazzini li ho conosciuti tutti nello stesso giorno, quel 14 settembre 2017 in cui come giornalista a bordo della nave Aquarius ho testimoniato il salvataggio di 371 persone di 16 nazionalità diverse. Ho le foto qui davanti delle atrocità che vi ho descritto: scelgo di non metterle, ma chiudete gli occhi e immaginatele, per favore. Le ho fatte io e io ve le sto descrivendo”.

L’orrore raccontato dal giornalista Daniele Biella non può rimanere indifferente. Abbiamo, ai pochi chilometri da noi, navi che hanno al loro interno uomini, donne e bambini in attesa di sapere cosa ne sarà della loro vita. Persone stanche che sono state salvate dai viaggi sui barconi, quei viaggi che vedono uomini morire troppo spesso, che attendono il loro destino.

Cosa possiamo fare noi?

L’iniziativa #Cipassalafame propone diverse alternative:

Per prima cosa, se ne avete la possibilità, a Roma, alle 17.00 davanti Montecitorio si terrà la manifestazione Non siamo pesci.

Ci sono però diverse alternative anche per chi è fuori città o per chi non ha possibili##

Per prima cosa, promuovere l’evento, siamo ancora in tempo anche se è in questa giornata.

Farci una foto davanti ad un piatto vuoto, pubblicarla sui social con l’hashtag #Cipassalafame, ripubblicando l’appello, spiegando perché si è scelto di aderire.

Si può rinunciare al pranzo, alla cena o ad entrambi o, in alternativa, preparare un pasto frugale; una seconda alternativa è donare ciò che si è risparmiato ad una delle organizzazioni che si occupano di salvataggio in mare dei migranti.

Si può organizzare una raccolta alimentare per donare il ricavato ad una delle associazioni che possono ridistribuirlo.

Si può fare diffusione, spiegando ai colleghi o agli amici con cui si pranza perché non si sta mangiando, perché non si mangerà a cena o perché si è scelto di mangiare un pasto diverso dal solito. Questo può creare degli spunti interessanti sul tema, che generalmente vede sfumature di opinioni anche molto diverse fra loro.

Si può interessare una “cena a digiuno”, ovvero una cena in cui si possono ideare nuove azioni a favori di migranti e rifugiati.

Giulia Lausi

Giulia, 25 anni, scout e psicologa iscritta all'Albo A, perennemente oberata di impegni. Gli argomenti di cui scrivo vertono sulla parità di genere e su quanto ognuno di noi può fare per creare cultura. E su quanto possiamo "lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato".

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