Fifty shades of blue: la poliedrica isola di Mauritius

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No, non è il nuovo film tratto dai libri di E. L. James su qualche magnate del mare con problemi relazionali. 

So di aver già parlato di incredibili sfumature di blu, talmente belle da togliere il fiato. Ma finché non vi stancate di leggerlo, io non mi stancherò mai di descrivere le incredibili varietà di colori che possono tingere l’oceano. C’è il turchese dell’acqua che batte sulle rive di sabbia chiara; il blu cobalto del mare al di sopra della barriera corallina; l’azzurro laddove banchi di pesci colorati celino il fondale; l’acquamarina che sfiora le coste dorate. Ma c’è una sfumatura che fino ad ora ritenevo appannaggio di un famoso brand di gioielli: il tiffany. Tutte queste gradazione dello stesso colore sono dispiegate nel caldo angolo di oceano indiano dove si trova l’Isola di Mauritius.

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Una partenza all’avventura

Una fredda mattina di gennaio, mentre me ne stavo immersa in una bolla di studio matto e disperatissimo, ho ricevuto una chiamata: venerdì si parte per le Mauritius, prepara una valigia. L’indecisione era forte ma la tentazione di timbrare nuovamente il passaporto troppo prepotente per poterla ignorare. Reflex, gopro e cavalletto alla mano ed ero pronta per una nuova avventura. Per arrivare sull’Isola ci vogliono circa dieci ore di volo diretto da Roma: sembrerò non patriottica ma per esperienza vi sconsiglio di volare con Alitalia. Nonostante il viaggio stancante e svilente dell’andata, l’arrivo sull’isola è un colpo al cuore. Distese verdi di foreste e giungle la ricoprono quasi per interno, mentre intorno il dedalo di barriere coralline crea l’illusione di una cascata subacquea.

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L’isola di Mauritius

Probabilmente avrete sempre sentito dire “le Mauritius”, immaginandovi un qualche arcipelago immerso da qualche parte a est dell’Africa. In realtà Mauritius è una sola grande isola, ma dai così tanti diversi panorami da conservare al suo interno cento mondi diversi. La capitale, Port Louis, è una metropoli a tutti gli effetti: lunghe strade trafficate si diramano tra alti palazzi in cemento che si stagliano sullo sfondo del mare. Tutto intorno, la natura selvaggia e le piantagioni di canna da zucchero. Descrivere la morfologia dell’Isola è complesso: bisognerebbe immaginarsi che dalla pianura padana spuntino alti faraglioni amalfitani, coperti di giungla. Un luogo ameno e sorridente, dove il sole splende scottante dalle sei del mattino alle sei del pomeriggio.

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Nel nord dell’isola si trova la zona più turistica. 

È l’unica zona in cui sia possibile aprire esercizi commerciali dopo Port Luis, che è però un porto estremamente economico e non turistico. Il resto dell’isola si divide tra ampie zone private e l’immenso parco naturale su cui non si può costruire per preservare la natura del territorio. Grand Baie, il centro abitato più grande, è una piccola chicca immersa nel turchese delle sue coste: una lingua di spiaggia si distende per centinaia di metri spezzata solo da rocce vulcaniche. Molti ristoranti si affacciano sulla spiaggia e il vicino centro commerciale permette di essere indipendenti anche soggiornando in un appartamento. Per vedere le altre coste, conviene prendere il taxi-boat: un piccolo catamarano che cavalcando le onde possa arrivare ovunque nella punta nord.

Trou aux biches è in assoluto la spiaggia più bella dell’intera nazione.

È racchiusa in un resort privato, ma si può raggiungere sia via terra che via mare. La sabbia bianca è punteggiata di piccole conchiglie ormai imbiancate dal calcare, lambite dal mare più azzurro che si possa immaginare. Le palme verde intenso si stagliano fiere nascondendo un resort ben immerso nella natura, e dando quel tocco squisitamente tropicale che piace tanto ai nostri potenti mezzi fotografici. L’acqua, inutile dirlo, è un tiepido brodo trasparente in cui galleggiare per ore, coccolandosi con un cocktail servito direttamente “a mollo”. Spoiler alert: la leggera brezza vi illuderà che il sole non scotti. Non è vero. Mettete la crema solare o vi ritroverete come me: a chiazze.

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Ile aux Cerfs è un atollo che sorge davanti la selvatica costa orientale

Per arrivarci servono tre quarti d’ora di viaggio attraverso l’entroterra Mauritiano. Piccoli villaggi e grandi mercati di frutta spuntano come oasi umane tra il verde acceso delle piantagioni di canna da zucchero. Arrivati sulla costa ciottolosa su cui l’atollo si affaccia, vi consiglio di trattare per una barca privata senza il pranzo incluso. Chiedete di fare il giro completo dell’isoletta e di fermarvi sulle spiaggette che guardano verso la barriera corallina. È lì che vedrete dove Tiffany ha attinto il suo particolare colore. Di per sè, Ile aux Cerfs è un atollo caratterizzato da una lingua di sabbia che appare e scompare a seconda delle maree, e che la divide in due parti. Una parte è una distesa di mangrovie abitate da simpatici granchietti, mentre l’altra è la patria del parasailing.

L’avventura in aria

Un ragazzo cordiale ci ha accolto sull’isola parlando italiano. La situazione all’inizio può spiazzare, ma in un luogo dove parlano meglio il francese dell’inglese, trovare qualcuno che parla la tua lingua non dispiace mai. Dopo averci fatto vedere i luoghi principali dove poterci rilassare bordo-mare, ci ha proposto di fare parasailing: ti agganciano a un paracadute legato a una barca e ti fanno volare  sopra il color tiffany per qualche minuto, così da poter osservare il paradiso dal cielo. L’acqua è talmente indescrivibile che ci si sente come Dante alla fine della Divina Commedia, quando anche lui non sapeva che parole usare per descrivere ciò che vedevano i suoi occhi. 

Verso la valle di Chamarel

Se il nord è la zona turistica, l’est è proprietà privata di grandi resort extra lusso, e l’ovest vede predominare la presenza della grande capitale, è a sud l’area più strabiliante. In passato patria del grande vulcano che ha dato vita all’isola di Mauritius, mantiene ancora intatta la sua natura selvaggia, chiusa in un parco naturale verdeggiante. Assicuratevi di trovare un autista che vi stia accanto in tutto il viaggio, oppure se preferite l’avventura, non dimenticatevi di fare la strada costiera. Dopo un’ora e mezzo di strada a valle circondati da alti monti spioventi e bitorzoluti, si arriva a fiancheggiare una costa battuta dal vento, dove le onde creano giochi di luci e ombre dai colori struggenti. C’è una piccola scogliera su cui si può salire per osservare quel lembo di strada che rasenta il mare, potente e possente.

Le Chamarel falls e la terra dai sette colori

Principalmente a sud vanno viste le cascate di Chamarel: un fiume che si tuffa senza sosta in una gola di giungla che si stende a perdita d’occhio. La sensazione è quella di trovarsi in un luogo incontaminato dove noi esseri umani non siamo che piccoli puntini rosa, nell’immensità del verde. Il parco nazionale dove si trovano è privato, e per entrare serve un biglietto di 250 rupie, l’equivalente di 6,5€ che ne valgono davvero la pena. Dopo le cascate, da vedere è “terra dai sette colori”: in un periodo meno attento alla conservazione naturalistica dell’isola, nel tentativo di costruire in quella zona, fu scoperto che la terra lì è di sette colori diversi. Questa caratteristica salvò tutto il sud dell’isola dalla speculazione edilizia. Ovviamente sul terreno cresce indomabile la vegetazione, ma una collina è stata completamente ripulita per mostrare ad occhi umani l’incredibile gioco arcobaleno. 

Black River Gorges

Pro tip: non pranzate al parco, ma uscite poco per andare verso il Black River Gorges e fermatevi a mangiare da Saveur Tropical. Troverete una tipica cucina mauritiana in un piccolo ristorantino bordo strada, immerso tra la giungla e il piccolo villaggio adiacente. Penultima tappa del tour del sud è la gola del black river, un imbuto verdeggiante dove si lancia un altro fiume e dove vive una cospicua comunità di scimmiette fameliche. È il luogo ideale dove osservare la nebbia muoversi e salire dopo una parentesi di pioggia. L’ultimo luogo da vedere è il tempio che sorge nel cratere del vulcano ormai spento, Grand Bassin; si tratta di un lago consacrato alla religione indù in continua espansione, al cui ingresso svettano le statue di Shiva e Durga.

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L’isola di Mauritius è un luogo troppo saturo di mondi paralleli per poterle dedicare solo una settimana. 

Realtà estremamente diverse, sia naturali che umane, convivono pacificamente su un lembo di terra battuta dal sole a largo del Madagascar. Un luogo dove coesiste la natura più amena con la più sfrenata avanguardia edilizia, dove tra ricchi e poveri esiste un divario difficilmente colmabile, ma dove tutti vivono con il sorriso sulle labbra di chi ha tutto ciò che gli serve. Un luogo dove vedere e guardare assumono due significati diversi; dove imparare che la fretta che contraddistingue il nostro vivere occidentale non ci permette di godere delle meraviglie che ci circondano. Un luogo dove tornare, per potersi immergere di nuovo nella cinquanta sfumature di blu.

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