Essere migliori degli altri: davvero è possibile?

Essere migliori

Quando ho chiesto a Virginia “Cosa posso scrivere su temi semi-psicologici?” lei mi ha risposto “Scrivi di quelle persone che si credono migliori di altre ma non lo sono”, e io mi sono chiesta “Oh mio dio, che vuol di’?”

In realtà, poi, riflettendoci un po’ ci sono arrivata. Ci sono arrivata perché mi sono accorta che, per quanto possa sembrare una cosa sciocca, in realtà ha dietro molte più sfumature di quante non sembri a primo impatto.

Facciamo qualche esempio per capire se intorno a noi ci sono persone che credono di essere migliori

Le pancine del Signor Distruggere, convinte di sapere come funziona l’anatomia umana. I seguaci del Signor Distruggere, convinti che quelle donne non dovrebbero procreare. Gli uomini quando che dicono che le donne non sono una minoranza. Le donne che non credono che gli uomini possano essere alleati. I difensori della famiglia quando dicono che gli omosessuali sono un errore. Gli onnivori quando attaccano i vegani dando loro dei nazi. I vegani, quando si arroccano sulle loro posizioni.

Sono esempi blandi, ovviamente. Si può rispondere a tutti con quel “Not all” che tanto si intreccia al femminismo.

Questo è quel genere di cose che, se presa così alla larga, è difficile da inquadrare.

Ma cosa succede nell’interazione fra più persone?

Ci sono persone che credono di essere migliori di voi. Credono di sapere più di voi. E per questo, cercheranno di spiegarvi la loro posizione. E se voi siete più preparati su quell’argomento, questo uscirà fuori.

Se siete più preparati, alle lunghe questo emergerà, perché le vostre basi faranno cedere quelle non solide di chi vi parla.

Questo è ciò che, io, intendo per fare cultura:
Essere migliori è fare cultura

se so di sapere qualcosa e la so meglio di qualcun altro, che vuole approcciarsi a quell’argomento, quello che posso fare è farle notare che dietro le cose che l’altro sa ci sono più cose.

Facciamo un esempio con la parità: gli articoli che riporto su Millennials derivano da me che credevo di sapere qualcosa. E su quelle cose mi sono informata, ascoltando persone che, con umiltà, mi hanno spiegato le cose che ancora non sapevo. Grazie a questa loro umiltà, io ho potuto apprendere ed ora riportare.

Le persone che credono di essere migliori, però, sono le stesse che danno origine ad un problema.

Nel momento in cui, soprattutto nella comunicazione digitale, le persone credono di essere migliori di qualcun altro, dimenticano che oltre lo schermo c’è una persona e danno quella persona come un caso perso.

Certo, le modalità che alcune persone mettono in atto sui social possono essere snervanti, specialmente quando si ragiona con persone piuttosto estremiste. Questo tipo di persone, tendono a reagire in modo aggressivo. Ed è qui che chi vuole cercare di creare cultura può intervenire.

Se voglio creare cultura, non risponderò in modo aggressivo. Atteggiamenti come quelli di Burioni e di Mentana che blastano la gente non sono atteggiamenti utili per creare una discussione. Se io rispondo ponendomi sullo stesso piano, chi è dall’altro lato non penserà che io sia in grado di portare argomentazioni.

Se vogliamo creare un dialogo, essere ascoltati, la modalità che funziona maggiormente è metterci in posizione di ascolto. Che non significa accettare quanto l’altro ci dice.

Comprendere e condividere sono due cose diverse.

Io capisco le tue ragioni, capisco le motivazioni che ti portano a pensare una determinata cosa. Ma non per questo condivido la tua idea.

Non possiamo pensare che la realtà che noi vediamo sia l’unica realtà esistente o possibile. Può essere quella reale ma non può essere bianco o nero.

Su argomenti di scienza, nelle quali non ci sono opinioni ma fatti, dobbiamo essere in grado di far capire all’altro che non crediamo di essere migliori di lui. Dobbiamo essere in grado di far capire che quello che diciamo è supportato dai dati.

Quando un mio amico mi dice che il mansplaining è arroganza, quello che posso fare è fermarmi e dire che in parte lo è. Ma che tu, mio amico maschio, il mansplaining non lo hai provato. Ti va di sederci, mentre ti racconto perché mi infastidisce? E ti racconto di quella volta in cui lo hai fatto, senza rendertene conto, non perché sei arrogante ma perché la nostra cultura ti ha insegnato che potevi farlo? E che in quel momento mi hai ferita, ma non è colpa tua.

Quello che tu ora puoi fare è stare al mio fianco ed aiutarmi a combattere questa mia battaglia, con le mie stesse armi: l’ascolto e la comprensione.

E ci accorgeremo, che non c’è modo di essere migliori di altri, perché, semplicemente, non c’è nulla su cui essere migliori.

La libertà non è che una possibilità di essere migliori

Giulia Lausi

Giulia, 25 anni, scout e psicologa iscritta all'Albo A, perennemente oberata di impegni. Gli argomenti di cui scrivo vertono sulla parità di genere e su quanto ognuno di noi può fare per creare cultura. E su quanto possiamo "lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato".

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