Eterosessuali: perché dovremmo andare al pride

Abbiamo già parlato, questo mese, del perché il Pride non è sobrio e del perché non esiste un etero Pride. E oggi, un po’ continuando sul filone del precedente articolo, parliamo del perché le persone eterosessuali dovrebbero partecipare a queste manifestazioni.

Del resto, le persone appartenenti alla comunità LGBT+ sono lì per manifestare i loro diritti, che c’entriamo noi, che quei diritti li abbiamo? Alcune persone possono chiederci, pensando male, se andiamo lì per farci vedere quando non è la nostra battaglia. Altre, in totale buona fede, potranno domandarsi come mai sentiamo il bisogno, da eterosessuali, di partecipare a qualcosa che non ci appartiene.

Essere eterosessuali ed andare al Pride è strano

Per quanto il Pride sia una festa, mentre cammini e ti guardi intorno ti rendi conto che cantare Lady Gaga e Madonna a squarciagola non è per te. A meno che non hai manie di protagonismo.

Il significato che marciare ha per te è diverso da quello che ha per le persone che ti circondano. Perché sai che il Pride è una festa ma che lo è oggi. Che cinquant’anni fa i Moti di Stonewall hanno dato inizio alla rivoluzione omosessuale, dopo i continui soprusi e arresti dovuti all’orientamento sessuale.

E noi non sapremo mai cosa significa, essere arrestati per amare qualcuno.

Eppure, anche se per te non ha lo stesso significato, sai che quello è il tuo posto. Anche se non è la battaglia per i tuoi diritti, è una battaglia cui devi prendere parte.

Perché non puoi stare fermo a guardare mentre qualche politicante che afferma che le famiglie arcobaleno non esistono, che gli omosessuali possono essere curati.

Andare al Pride da etero è essere alleati nel vero senso della parola

Roma Pride
foto Ansa

Essere eterosessuali al Pride è dimostrare che sei sostenitore, che sei legato, alle persone che sono lì da un patto. Che sei partecipe di quanto accade all’altro al tuo fianco.

Perché non vuoi – e non puoi – essere così egoista da vedere ciò che accade alla persona accanto a te ed ignorarlo. Non puoi voltarti dall’altra parte e non sfruttare il tuo privilegio per far notare quanto sta accadendo all’altro. Non puoi non dare il tuo supporto a chi ne ha bisogno.

Essere eterosessuali, in questa società che vede ancora l’omosessualità come una malattia, non è un merito, è una fortuna. Una fortuna che possiamo decidere di utilizzare per aiutare chi non ce l’ha. Per diventare oppressori. Oppure per non fare nulla.

E la scelta è abbastanza scontata.

Riporto qui un pezzo di un brano piuttosto famoso di Antonio Gramsci:

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità […] Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti […] ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.

Al Pride, se sei eterosessuale, non andare per la festa. Non andare perché non sapevi dove altro sudare sotto il sole di un pomeriggio estivo. Vai perché il mondo cambia con le tue piccole azioni.

Giulia Lausi

Giulia, 25 anni, scout e psicologa iscritta all'Albo A, perennemente oberata di impegni. Gli argomenti di cui scrivo vertono sulla parità di genere e su quanto ognuno di noi può fare per creare cultura. E su quanto possiamo "lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *