Giacomo Leopardi, il più etichettato dei poeti

Il 14 giugno 1837 Giacomo Leopardi concluse la sua, seppur breve, intensissima vita. A distanza di più di centottanta anni gli studenti italiani fanno ancora la sua conoscenza fra i banchi di scuola, alzando gli occhi al cielo al solo sentirlo nominare. Leopardi è per eccellenza il poeta pessimista, triste, malato. E questa patina nasconde ai più la vera essenza di un uomo che non aveva nulla di diverso dai tanti geni che tutt’oggi continuiamo a studiare. Eppure, Leopardi è forse tra i più brillanti, attuali e acuti pensatori della nostra letteratura se solo gli si desse l’opportunità di dimostrarcelo. Per cui lasciamo da parte l’idea del giovane ingobbito e dell’adulto inacidito dal tempo e scopriamone la bellezza.

Viaggio e meta

Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.

Operette morali, “Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Guitierrez”
Parole più frequenti nelle poesie di Leopardi

Leopardi mette in bocca queste parole al suo Cristoforo Colombo, facendogli esprimere una massima che, in modo più semplice, arriverà anche a nostri giorni. L’idea del poeta di Recanati era quella secondo la quale non conta tanto il raggiungimento di una meta, quanto il percorso intrapreso. Quel cammino che ci permette di trovarci di fronte a situazioni e magari persone che mai ci saremmo aspettati di incontrare. Quel viaggio che ha un valore posititvo semplicemente per il fatto stesso di esistere e per la sua capacità di distrarci da ciò che rende triste o spenta la nostra vita. Ed è proprio attraverso i percorsi che costruiamo la nostra esistenza, dandogli una forma e uno scopo, anche se momentaneo, che ci rende vivi, indipendentemente dall’effettiva realizzazione del suo obiettivo iniziale. Non è forse, questa, un’idea che ci appartiene tutt’oggi?

Leopardi e i giovani

La somma felicità possibile dell’uomo in questo mondo, è quando egli vive quietamente nel suo stato con una speranza riposata e certa di un avvenire molto migliore. Questo divino stato l’ho provato io di 16 e 17 anni e colla certa e tranquilla speranza di un lietissimo avvenire.

Zibaldone, 1819-1820

Leopardi pensa all’adolescente come quella figura che, ancora acerba, è un individio in potenza. Davanti a lui, infatti, si spalancano tutte quelle porte che gli permettono di sognare e credere in una realtà migliore. I ragazzi non hanno ancora concretizzato i desideri; non hanno scelto quale strada intraprendere lasciandosi dietro le altre. Possiedono, per questo, il dono della speranza che permette loro di vivere in quella condizione di attesa felicità che crescendo il mondo li porterà a sostituire con il cinismo o la rassegnazione.

Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi l’inclinazione. Se è tolto l’ottenere, non è tolto nè possibile a togliere il desiderare. Non è spento nei giovani l’ardore che li porta a procacciarsi una vita, a sdegnare la nullità e la monotonia.

Zibaldone, 1 agosto 1820

Potenza vs Atto

Non vivono fino alla morte se non quei morti che restano fanciulli tutta la vita.

Lettera a Pietro Giordani, 17 dicembre 1819

La fiducia riposta da Leopardi nei confronti della giovinezza, lo porterà a credere nella necessità di conservare quel pezzo di sè per tutta la vita. Probabilmente, un’idea che non ci giunge per nulla nuova e che, anzi, ci avvicina ulteriormente al suo pensiero. Quel pizzico di stupore, di fiducia e di apertura verso il mondo che permette a chi li possiede di non spegnersi, di non arrivare alla totale disillusione, sono gli stessi elementi che, almeno in questi anni della sua vita, Leopardi indica come strumenti essenziali per una vita vissuta davvero. Tuttavia, ci avverte anche della difficoltà. Non è facile non perdere questi elementi in un mondo che si oppone, con la sua realtà, al bello e alla vitalità, spingendo al grigiore e alla monotonia. Contro questo tipo di esistenza, il giovane si trova a dover combattere, spesso vedendo spegnersi le proprie speranze e forze.

Ma l’entusiasmo de’ giovani oggidì, coll’uso del mondo e coll’esperienza si spegne non in altro modo nè per diversa cagione, che un facella per difetto di alimento.

Zibaldone, 13 giugno 1821

Leopardi parla anche di felicità

Umilmente domando se la felicità dei popoli si può dare senza la felicità degli individui.

Lettera a Pietro Giordani, 24 luglio 1824

Persone felici fanno un mondo felice. Questa è un’equazione dall’indubbia validità che, purtroppo, sembra sempre troppo difficile da realizzare. Soltanto 195 anni fa, Leopardi si poneva un quesito che ai nostri giorni si tende a mettere da parte, perchè la felicità è sopravvalutata. Oggi si parla di politica, di soldi, di straniero, di crisi. Tutti argomenti per i quali si propongono le “soluzioni” più disparate che non arrivano mai. Temi che creano contrasto, disappunto, frustazione e, purtroppo, anche ondate di odio e violenza. Così facendo, la felicità viene relegata in un angolo talmente lontano che non si sa più neanche cosa sia la felicità, quella vera e non quella nata dal disprezzo o dal sopruso sugli altri.

Viviamo e confortiamoci insieme

Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita.

Operette morali, “Dialogo di Plotino e di Porfirio”

Leopardi ha sempre avuto caro il tema dell’amicizia e del supporto reciproco. Probabilmente, perchè deve gran parte dei suoi ultimi anni ad un uomo che è stato, molto spesso letteralmente, le sue gambe, le sue braccia e i suoi occhi. Antonio Ranieri è stato al fianco del poeta per tanti anni della sua vita, instaurando con lui uno dei più bei rapporti di amicizia di cui abbiamo testimonianza. Fu Ranieri ad occuparsi della malattia di Leopardi, a scrivere per lui sotto dettatura quando i suoi occhi non gli permettevano di farlo da solo, a portare nella propria città il poeta recanatese nel tentativo di dar sollievo ai suoi dolori. Leopardi morirà, infatti, a Napoli, in una casa che divideva con Ranieri ai piedi del Vesuvio. Proprio quel vulcano la cui potenza gli ispirò l’ultimo e uno tra i più famosi dei suoi componimenti, La ginestra o il fiore del deserto.

Ricordati, Ranieri mio, che tu, sola, unica, non compensabile cosa al mondo, rendi possibile a’ miei occhi il vivere che naturalmente mi rimane.

Lettera ad Antonio Ranieri, 27 dicembre 1832

Sei mesi dopo queste parole Giacomo Leopardi morirà, ma con la consapevolezza di aver vissuto fino ad allora grazie all’amicizia. Quell’enorme valore, di cui era già consapevole, che gli permetterà di continuare a vivere anche dopo la propria morte.

Lasciando da parte i pregiudizi

Se studiato, letto e compreso davvero, Leopardi si rivela essere uno dei più concreti pensatori della modernità. Si interrogava sull’infelicità dell’uomo, sul suo rapporto con la natura, poneva i suoi quesiti alla luna, dal punto di vista di un uomo che doveva sopportare diverse sofferenze fisiche. Tuttavia, questo non deve qualificarlo come il poeta del pessimismo. Egli è stato un uomo che, nonostante la propria condizione fisica, è riuscito a trovare bellezza e speranza: nell’amicizia, nei giovani, nell’amore seppur poi visto come causa dei più atroci dolori. Eppure, chi non ha mai pensato una cosa simile? Siamo per questo tutti pessimisti? O siamo semplicemente persone che si pongono delle domande, spesso percependo il divario tra ciò che si è e si vorrebbe e ciò a cui la realtà circostante ci costringe? Siamo tutti Leopardi e Leopardi è tutti noi. E in questo non c’è assolutamente nulla di male.

Monica Seminara

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