“Una storia vera”: la commovente vicenda di Alvin Straight

 

La vera storia di Alvin Straight

Alvin (Richard Farnsworth), il protagonista di “Una storia vera”, è un vecchio burbero e testardo, che vive insieme alla figlia Rose (Sissy Spacek). La moglie è morta qualche anno prima. Rose gestisce l’appartamento, controllando il padre malato e incapace di camminare senza l’aiuto del bastone.

La loro vita è scandita da una monotona routine che si ripete pressappoco tutti i giorni. Solo la pioggia, in tutta la sua potenza, è in grado di rompere le catene di un ripetitivo e uniforme scorrere del tempo.

Una storia inusuale per il cinema di David Lynch

“Una storia vera” è uno dei film più belli e commoventi di David Lynch. Il regista americano è famoso per opere di tutt’altro genere, dove il surreale, l’onirico e il grottesco la fanno da padrone, e dove spesso le peggiori perversioni umane vengono rappresentate da immagini incomprensibili, spesso fuori da qualsiasi rigore logico.

Nulla di questo è presente in “Una storia vera”, un film molto più lineare e tenero, che non rappresenta un unicum nella filmografia lynchiana. Già, perché quasi vent’anni prima il regista statunitense ci regalava un’altra opera struggente come “The Elephant man”. Il film con John Hurt fu candidato a ben otto statuette, non riuscendo a conquistare neanche una.

380 km con un tosaerba

Ritorniamo alla storia, realmente accaduta durante la metà degli anni novanta, di Alvin Straight, che all’età di 73 anni intraprese un lungo viaggio a bordo di un tosaerba per andare a trovare il fratello reduce da un infarto, con il quale aveva litigato e non parlava da dieci anni. Straight coprì in 6 settimane la distanza di 386 chilometri, viaggiando a 8 km/h.

Tutto ha inizio a Laurens, Iowa. Laurens è uno di quei luoghi, parafrasando De Andrè, in cui il sole del buon dio non dà i suoi raggi. Qui gli anziani si ritirano per vivere in serenità gli ultimi anni della loro vita, mentre i giovani fuggono via verso posti più appetibili e che diano possibilità di futuro più luminose.

Un Road Movie pregno di realismo

Lynch racconta la storia profondamente umana di Alvin, con il viaggio affrontato dal quest’ultimo che diventa un modo per espiare le proprie colpe, e capire, nel silenzio delle lande desolate in cui si trova, gli errori e gli sbagli, e provare, anche in età anziana, a imparare ancora qualcosa da questo mondo e da questa vita.

Lynch decide di abbandonare lo stile che lo ha reso famoso, regalandoci un road-movie pregno di realismo. Il film non solo racconta la straordinaria vicenda di un uomo, ma anche il rapporto con il territorio che lo circonda, e con le persone che va incontrando nel suo lungo viaggio.

In ogni inquadratura usata dal regista emerge una profonda malinconia, resa ancora più evidente dal connubio delle immagini con la splendida colonna sonora di Angelo Badalamenti. Quest’ultimo è ancora una volta capace di cogliere la sensazione che ci dà l’immagine sullo schermo e aumentarla con le sue magnifiche composizioni musicali.

Un manifesto della lentezza 

L’estrema lentezza del mezzo di Alvin si riflette anche nell’andamento narrativo del film. Lynch sembra non avere alcuna fretta; anzi, si sofferma più volte a inquadrare il territorio e le ruote del tagliaerba.

Con l’inconsueto mezzo, il protagonista viaggia tra gli stati e i territori sperduti degli states, dove anche un semplice e innocuo incendio di un edificio semidistrutto può diventare un fatto eclatante e straordinario. Qui non troviamo una società, bensì una comunità. Nella distinzione fatta dal sociologo tedesco Ferdinand De Tonnies, la comunità è composta da individui che hanno un rapporto duraturo, intimo ed esclusivo; la società, invece, è composta da individui separati che vivono in costante tensione tra loro, dove il soggetto è ripetutamente portato all’avere pensieri ostili verso gli altri soggetti.

A vent’anni dall’uscita, viene molto più semplice effettuare un confronto tra il mondo che vediamo nel film e quello che invece vediamo affacciandoci alla finestra. E quindi possiamo benissimo vedere, attraverso l’opera di Lynch, un mondo profondamente diverso, che stava cambiando in maniera molto rapida, fino a diventare quello che oggi conosciamo. Ci basta alzare la testa per realizzare che nella nostra frenetica società non c’è spazio per la lentezza, per la convivialità e il dialogo. Siamo incapaci di mettere da parte l’orgoglio, la nostra incontrollabile voglia di prevalere sull’altro, considerato sempre più come un nemico da superare per giungere prima al traguardo.

Nello straniante episodio della donna che investe il cervo con la macchina tornando dal lavoro, vediamo lo stress, ormai incontrollabile, causato dal ritmo frenetico e spossante che teniamo nelle nostre vite.

Una storia vera potrebbe, dunque, essere visto come un manifesto di un modo di vivere e stare al mondo che abbiamo perso.

“E uscimmo a riveder le stelle”

Nei dialoghi brevi e serrati vediamo tutta la saggezza del protagonista, magnificamente interpretato da Richard Farnsworth. Quello di Alvin fu, per l’anziano e gravemente malato attore statunitense, il ruolo della vita. Farnsworth diede alla sua magistrale interpretazione tutto il dolore e la sofferenza di un uomo che combatte contro un male incurabile. Questa sofferenza spesso coincide con quella di Alvin, ed è come se l’interpretazione prendesse realmente vita, tanto da farci dimenticare l’intrinseca condizione di finzione del teatro e del cinema.

Il film comincia e finisce con un manto di stelle. Come il nostro sommo poeta concluse la sua opera magna “e uscimmo a riveder le stelle”, anche Alvin e suo fratello Lyle si incontrano sulla veranda e, dopo essersi osservati per qualche istanti ed essersi detti qualche parola, alzano lo sguardo e tornano ad ammirare il cielo stellato. Proprio come facevano da bambini.

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

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