Insegnanti in fuga dalla scuola: l’abbandono delle cattedre

Anche quest’anno scolastico si è ufficialmente concluso per tutte le scuole di Italia. Gli studenti tirano un sospiro di sollievo e mettono da parte compiti e libri fino al prossimo settembre. Per molti insegnanti, invece, non ci sarà nessun ritorno fra i banchi, salutati con un pizzico di amarezza per l’ultima volta. Infatti, sono circa 18.700 le domande di quest’anno per accedere a quota 100, ai quali si aggiungono circa 15 mila pensionamenti con requisiti ordinari. Questi numeri, insieme alle testimonianze sconsolate di molti docenti, sono indice di un fenomeno ormai sempre più diffuso, ma silente. L’abbandono delle cattedre aumenta di anno in anno, anche a causa delle condizioni di isolamento con cui maestri e professori devono fare i conti quotidianamente.

Scuola come maestra di vita

Il vecchio mito della scuola che insegna la vita è sempre meno diffuso o conosce una distorsione tale da renderla colpevole di ogni sintomo di disagio. Infatti oggigiorno, qualsiasi sia il problema che viene fuori tra i ragazzi, si indica come responsabile la scuola e la sua manchevole educazione, sorvolando sul ruolo principe delle famiglie. Queste ultime, dal canto loro, si sentono autorizzate ad addossare all’istituzione scolastica e agli insegnanti in generale le colpe dei propri errori e fallimenti espressi tramite quelli dei figli. Può accadere, quindi, che una madre, indignata dal brutto voto del figlio, scriva su whatsapp all’insegnante di un liceo milanese, il professore Paolo Galli:

Caro professore, dovrebbe imparare a comportarsi da adulto. L’ho preparato di persona, era in grande forma, quindi la colpa non è sua. Se almeno 15 alunni su 26 hanno una media bassa nella sua materia, il problema non sono loro. Ma è lui.

In una scuola media di Trieste, il professor Dario Gasparo si è visto tornare indietro una nota scritta sul diario di un alunno che aveva sparpagliato le sue feci sul gabinetto. Il genitore, accanto alla firma, ha scritto l’appunto: “Mio figlio mi ha raccontato una cosa diversa. Dovremo chiarire”.

Attacco agli insegnanti

Non vanno dimenticate neanche le situazioni di minacce o danni fisici agli insegnanti. Come la mamma che a Palermo ha preso a pugni la maestra che aveva osato mettere una nota al figlio; oppure quella romana che ha picchiato la professoressa rea di aver sospeso la figlia. Purtroppo, sono sempre più comuni atti del genere. Sono notizie alle quali l’opinione pubblica si è abituata e per le quali moltissimi non si indignano neanche, sostenendo il dovere di un genitore di difendere il figlio dai soprusi degli insegnanti.

Sono sempre meno quei genitori che chiedono scusa, rimproverano e prendono provvedimenti per gli errori dei figli. La convinzione più diffusa è quella del bambino intoccabile, del piccolo genio incompreso dal docente, del ragazzo movimentato che non si può pensare stia ore seduto su una sedia.

Scuola- confidustria

Adolfo Scotto Di Luzio, docente di storia della pedagogia e delle istituzioni culturali all’Università di Bergamo, ha spiegato uno dei principali problemi della scuola di oggi, così lontana da quella di qualche decennio fa nella quale una simile realtà sarebbe stata impensabile.

Le leggi e le direttive approvate negli ultimi anni vanno in direzione di una scuola di formazione, conforme alle esigenze del lavoro. Storia, filosofia, letteratura, persino la matematica, non contano più. Tutto quello che i docenti sanno, non vale nulla. La loro perdita di ruolo e di prestigio comincia con questa impostazione condivisa da ogni forza politica. Tutte le riforme che si sono susseguite negli anni portano a un modello di scuola che potremmo definire confindustriale. Sono sempre state concepite in modo ossessivo contro gli insegnanti, considerati portatori di un sapere vecchio e inutile, non aggiornati.

E, allo stesso tempo, gli insegnanti prendono consapvolezza dell’inutilità delle proprie competenze. Si ha sempre meno tempo a disposizione perchè dopo dieci secondi di spiegazione c’è già qualcuno che distoglie lo sguardo. Anche i giovani docenti sembrano essersi rassegnati alla propria perdita di identità, tanto che non è raro incontrare aspiranti professori che studiano sui riassunti, su Google, come i loro studenti. La loro formazione diventa, quindi, parte del problema. In questo, una grande risorsa potrebbe essere la generazione dei grandi concorsi degli anni Settanta. Tutti docenti che hanno imparato il mestiere sul campo e che dovrebbero fare da ponte tra il vecchio e il nuovo con gli insegnanti appena immessi in ruolo, trasmettendo il proprio sapere.

Scuola e politica

L’odierna situazione scolastica viene ignorata, a partire dall’ambito della politica. Dopo un biennio di discussioni sulla Buona Scuola, il nuovo governo ha messa in secondo piano la scuola, oscurata da altre priorità. Il silenzio avvolge anche i numeri sugli abbandoni dei docenti che restano ai più sconosciuti. Così come viene sottovalutata la loro condizione. L’ex maestro di strada Marco Rossi Doria, ultimo insegnante a mettere piede al Miur e sottosegretario dal 2011 al 2014, ha evidenziato il problema.

Ci ho provato, a far capire che sulle spalle degli insegnanti vengono poste responsabilità ingiuste, perché non compete a loro l’educazione in senso stretto degli alunni, e non possono sostituirsi alle famiglie. Ma ho fallito.

Un rapporto complicato quello tra scuola e politica ai nostri giorni. Silezio sul disagio dei docenti, immobilità di fronte ai problemi strutturali ed edilizi di varie scuole, ma sospensione di insegnanti per un progetto scolastico. Quando la scuola diventa strumento critico di pensiero per gli studenti finisce sotto il mirino (in questo caso sì) della politica.

La voce muta degli insegnanti

La voce degli insegnanti si sente poco, perché il ruolo del capro espiatorio che è stato loro assegnato non prevede repliche. A loro non viene mai chiesto nulla, ma se qualcuno lo facesse scoprirebbe una diffusa voglia di semplicità. Raggiungibile non attraverso un ritorno al passato, bensì tramite il recupero dei fondamentali, del principio di autorità, dell’assunzione di responsabilità da parte dell’allievo e delle famiglie. Questa appare come l’unica via per ridare dignità e visibilità ad un corpo docenti stanco, amareggiato e, in parte, confuso in merito al suo ruolo nel mondo di oggi e timoroso della realtà nella quale si deve barcamenare.

Monica Seminara

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