Etichette: quando le parole servono a dare identità

Quotidianamente utilizziamo etichette per chiamare gli oggetti, per definire le cose che ci circondano e, soprattutto, per parlare di chi siamo. E, essendo nel mese del Pride, non possiamo non parlare di come le etichette influiscano sulle nostre identità sessuali e di genere. Influiscono su chi siamo, su come il mondo ci vede e, soprattutto, su come noi stessi ci vediamo all’interno della società.

Uno degli aspetti importanti delle etichette applicate alla sfera sessuale e di genere riguarda le dicotomie. Siamo abituati a pensare ai generi come binari: uomo e donna; alla sessualità come binaria: eterosessualità o omosessualità. Del resto, buona parte delle persone è ancora convinta i bisessuali siano solo indecisi.

Le dicotomie ci danno sicurezza ma allo stesso tempo limitano la nostra libertà

Ne avevamo già parlato in una parte dell’articolo riguardo il Festival della Psicologia.

Utilizziamo le parole per comunicare noi stessi ma se una parola non esiste, come facciamo ad essere qualcuno?

Paradossalmente, la nostra identità non dovrebbe aver bisogno di essere comunicata. Solo parlando, anche senza pronunciare il nostro nome o dire qualcosa su di noi nello specifico, chi ascolta può conoscerci. Per esempio, dal nostro accento potrebbe intuire da dove veniamo, oppure, ancora, il nostro registro linguistico potrebbe far intuire il nostro livello di istruzione.

Immaginiamo, quindi, se anche senza parlare possiamo dire qualcosa di noi, quanto possa essere importante avere un’etichetta, una parola che definisca chi siamo quando abbiamo bisogno di farci conoscere.

Due persone dello stesso genere biologico che si tengono per mano: le etichette fanno in modo che possano definire chi sentono di essere, indipendentemente da chi sono.

L’esistenza delle persone queer e non binarie ha creato l’esigenza di nuove etichette

Facciamo un passo indietro: retrocedendo nel tempo (ma in parte anche oggi) ciò che si può osservare nelle società è una tendenza alla polarizzazione: chi appartiene ad un gruppo è “A”. E se non appartieni ad “A” e sei “B”, automaticamente sei nemico di “A”.

Il mondo attuale non è più diviso in etichette binarie, nella nostra società si sono create nuove sfumature che mescolano la nostra percezione di ciò che compone il mondo intorno a noi. In questi casi, l’uso delle parole ci aiuta a non polarizzare.

Dall’altro lato, però, il bisogno di etichette non viene solo da chi deve identificare “il nemico” ma anche da chi fa parte dell’altro gruppo ed ha bisogno di definire la propria identità.

Le persone hanno bisogno di parole per sapere chi sono, per sapere di esistere. Ecco perché, nonostante cerchiamo di allontanarci dalle etichette, paradossalmente ne abbiamo bisogno.

Giulia Lausi

Giulia, 25 anni, scout e psicologa iscritta all'Albo A, perennemente oberata di impegni. Gli argomenti di cui scrivo vertono sulla parità di genere e su quanto ognuno di noi può fare per creare cultura. E su quanto possiamo "lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato".

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