Rapina a Stoccolma: la storia della sindrome di Stoccolma

La storia di una rapina realmente accaduta

Uscito nei cinema italiani il 20 giugno, Rapina a Stoccolma racconta l’assurda ma vera storia di una rapina in banca che ha dato il nome alla Sindrome di Stoccolma. 

Siamo nel 1973. La musica di Bob Dylan, che fa da colonna sonora al film, ci porta alla scoperta del protagonista, Lars (il sempre bravo Ethan Hawke), che, dagli abiti indossati, sembra uscire da Easy Rider. È l’inizio della grottesca rapina intrapresa da Lars. Entrato nella banca più importante del paese, la Kreditbank, praticamente indisturbato, Lars decide di non seguire la prassi che si è soliti aspettarsi dai rapinatori. Poco interessato ai soldi (il suo vero obiettivo è quello di liberare l’amico Gunner in prigione), rilascia tutti gli ostaggi tranne due donne: Klara e Bianca (l’ottima Noomi Rapace). Quest’ultima, con il passare del tempo, si avvicinerà sempre più al rapitore, fino a cominciare a provare qualcosa per lui. 

Una rapina surreale, a tratti parodistica

A tratti surreale, il film scritto e diretto Robert Budreau sorprende per come riesca a ricalcare assurdamente la bizzarra vicenda. La sensazione che rimane una volta terminato il film è quella di aver appena visto una parodia di un poliziesco statunitense. La polizia, e il suo capo su tutti, non sembrano minimamente essere in grado di risolvere un problema che, in realtà, avrebbero potuto risolvere più volte. Anche i rapinatori sono lontani dallo stereotipo che siamo soliti immaginare. Lars appare un gentiluomo e incapace di far male ai suoi ostaggi, che a loro volta si affezionano al carattere buono del loro rapinatore. A completare il cerchio, l’impassibilità di un primo ministro incapace di proteggere i suoi cittadini e un marito (quello di Bianca) che segue la vicenda dalla televisione, quasi impassibile di fronte al dramma che vive la moglie.

L’aspetto psicologico dei due protagonisti

Ma “Rapina a Stoccolma” non va giudicato solo per la rapina in sé. Più esattamente è un altro aspetto che va maggiormente approfondito: la psicologia dei due personaggi principali. Lars, pur essendo un ladro e imbracciando un fucile, non è capace di fare del male a nessuno. Bianca lo capisce immediatamente. Però, più che sfruttare la debolezza del suo rapinatore, prova tenerezza per lui e cerca di aiutarlo in tutti i modi. È in questo aspetto che il film dà il meglio di sé. Nei dialoghi tra i due dentro il Caveau, durante la notte. Negli sguardi e sussurri che vengono scambiati in maniera controllata e impercettibile. Nel sentimento, quasi naturale, di protezione che entrambi dimostrano per l’altro. Fino a quando la protezione non lascia spazio alla passione vera e propria. Ma è amore il sentimento che entrambi provano? Questo il film non ce lo dice, e non ce lo dice nemmeno la sindrome di Stoccolma, l’espressione coniata per (provare a) spiegare quest’assurda ma reale vicenda. 

La sindrome

La sindrome di Stoccolma è uno stato di dipendenza psicologica e affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Il soggetto affetto dalla sindrome, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. La sindrome viene spesso evocata nei resoconti giornalistici o in opere di fantasia. Tuttavia, non è inserita in nessun sistema internazionale di classificazione psichiatrica e non è classificata in nessun manuale di psicologia. 

 

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

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