Primo Levi, alla ricerca della libertà

Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919 nella stessa casa dove abiterà tutta la vita, in corso Re Umberto 75, scenario anche della sua morte. Aveva antenati ebrei provenienti dalla Spagna e dalla Provenza, delle cui abitudini e stile di vita non conservò memoria se non attraverso i racconti dei nonni. Fu un chimico di professione ma, dopo la sua esperienza nei campi di concentramento, si dedicò anche alla scrittura, attraverso la quale esprimere ciò che andava ricordato e conosciuto.

Primo Levi ed il fascismo

Levi si iscrisse al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino nel 1937. L’anno seguente, il governo fascista emana le prime leggi razziali, le quali vietano agli abrei di frequentare le scuole pubbliche. Tuttavia, chi è già iscritto all’università può proseguire gli studi. Levi continua, dunque, la sua esperienza di studio, frequentando contemporaneamente circoli di studenti antifascisti, ebrei e non. Lo scrittore descriverà così la sua reazione alle leggi razziali:

Le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti, per intenderci): rimaneva da vederne quello sciocco… Nella mia famiglia si accettava, con qualche insofferenza, il fascismo. Mio padre si era iscritto al partito di malavoglia, ma si era pure messo la camicia nera. Ed io fui balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi razziali restituirono a me, come ad altri, il libero arbitrio.

Primo Levi, dall’intervista di Giorgio De Rienzo.

Levi si laureò con pieni voti e la lode nel 1941. Nel suo diploma vi sarà la menzione di razza ebraica.

La reazione antifascista

Nel 1942 Primo Levi ed i suoi amici presero contatto con alcuni esponenti dell’antifascismo militante, compiendo la loro rapida maturazione politica. Inoltre, Levi entrò nel Partito d’Azione clandestino. Quando nel 1943 cadde il governo fascista, egli era attivo nella rete di contatti fra i partiti del futuro Comitato di Liberazione Nazionale. Dopo l’occupazione tedesca del nord e centro Italia, Levi si unì ad un gruppo partigiano operante in Val d’Aosta, ma il 13 dicembre 1943 fu arrestato con altri due compagni. Fu condotto nel campo di concentramento di Carpi-Fòssoli.

Verso Auschwitz

Nel febbraio 1944 il campo di Carpi-Fòssoli fu preso in gestione dai tedeschi che deportarono alcuni prigionieri, tra cui Levi, verso Auschwitz. Dopo cinque giorni di viaggio, gli uomini furono divisi dalle donne e dai bambini e avviati alla baracca n.30. La conoscenza sufficientemente estesa del tedesco permise a Levi di comprendere gli ordini dei generali. Inoltre, a causa della carenza di manodopera in Germania seguita alla sconfitta di Stalingrado, gli ebrei divennero un prezioso serbatoio di manodopera gratuita. Anche la sua competenza di chimico si inserì tra quei fattori assolutamente fortuiti che permisero a Primo Levi di sopravvivere ad Auschwitz. Il torinese riuscì a non ammalarsi fino al gennaio 1945. Mentre i tedeschi timorosi dell’avanzata russa evacuavano il campo, contrasse la scarlattina. Fu, per questo, abbandonato insieme ai malati al proprio destino, mentre gli altri prigionieri vennero rideportati verso Buchenwald e Mauthausen dove morirono quasi tutti.

Post Auschwitz

Sopravvissuto alla scarlattina, Levi visse per qualche mese a Katowice, campo sovietico di transito, a seguito dell’ingresso dei russi adAuschwitz. A Katowice lavorò come infermiere fino al giugno 1945, quando iniziò il suo viaggio di rimpatrio durato fino all’ottobre di quell’anno e poi raccontanto ne “La Tregua”. Questo libro del 1936 testimonia il percorso labirintico compiuto da Levi e i suoi compagni attraverso la Russia Bianca, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria e l’Austria. Le brutalità e la disumanità sperimentata nel campo di concentramento di Auschwitz segnerano profondamente Primo Levi, anche da un punto di vista religioso.

Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.

Primo Levi

Ritorno alla vita

[…] sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto? Presto, domani stesso, avremmo dovuto dare battaglia, contro nemici ancora ignoti, dentro e fuori di noi: con quali armi, con quali energie con quale volontà? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi.

Primo Levi, La tregua

Rientrato nell’Italia del dopoguerra, Levi riesce a trovare un lavoro ma è ossessionato da quanto accaduto nel campo di concentramento. Scriverà, dunque, quello che è oggi uno dei must della letteratura italiana del dopoguerra: “Se questo è un uomo“. Qui prevale il tema dell’indignazione, in un resoconto che doveva essere anche un atto di accusa in quanto testimonianza delle aberrazioni viste e subite. La casa editrice Enaudi declinò con una generica formulazione la presentazione del dattiloscritto. Il librò uscì successivamente per l’editore De Silva, salvo poi essere ripubblicato proprio dall’Enaudi nel 1956. A seguito della prima pubblicazione del libro, Levi ritenne concluso il suo compito di scrittore-testimone e si dedicò esclusivamente alla professione di chimico. Tuttavia, nel 1962, incoraggiato dal successo di “Se questo è un uomo” nel frattempo tradotto in più lingue, iniziò la stesura de “La Tregua”.

Primo Levi scrittore

La Tregua” racconta cose vere, ma filtrate anche attraverso le innumerevoli versioni verbali succcedutesi negli anni. Infatti, Levi raccontò più volte le avventure di cui si parla nel libro e ciò gli permise di riordinarle al meglio nella sua trasposizione scritta. Nel 1986 pubblicherà “I sommersi e i salvati” che rappresentò la summa delle sue riflessioni suggerite dall’esperienza nel campo di concentramento. Anche alcune poesie o parti di raccolte affronteranno questo tema, uno dei cardini del Levi scrittore. A questo si affianca anche la visione e l’esperienza del chimico e del lavoratore che trovano spazio in “Sistema periodico” e “La chiave a stella”.

Le riflessioni di Primo Levi

Levi passò molti anni della sua vita a porsi degli interrogativi, molti dei quali rimasti senza risposta. Le sue riflessioni sul perchè dei lager risultano essere molto lucide e colgono in pieno la tendenza, concretizzatasi con il fascismo ma riproponibile in ogni tempo, dell’uomo a diffidare dello straniero.

[…] nell’odio nazista non c’è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell’uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.

Primo Levi

Inoltre, ricorrente in Levi era il suo senso di colpa nei confronti di chi non era riuscito a sopravvivere. Perchè proprio io? Perchè a me è stato dato il compito di testimone? Non ebbe mai una risposta e forse fu questo che lo portò a suicidarsi quell’11 aprile 1987. Forse. Non ha lasciato un biglietto nè spiegazioni, motivo per cui molti pensano ad una caduta accidentale dalla trombra delle scale. Gli interrogativi e le ipotesi sulla sua morte rimangono aperti, ma certa è l’importanza della figura di Primo Levi nel panorama del dopoguerra italiano.

Monica Seminara

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