Siria del nord: il punto della situazione

Ad una settimana dall’annuncio della Casa Bianca del ritiro delle truppe americane dal nord della Siria la Turchia si è trovata libera di creare una “safe-zone” nella regione.
Le forze curde: «Difenderemo ad ogni costo il nord-est della Siria»

 

Trump l’aveva ampiamente sbandierato in campagna elettorale ma il disimpegno militare degli Stati Uniti è iniziato una settimana fa con l’avallo della politica estera turca.
Tramite un annuncio della Casa Bianca, e una serie di tweet del presidente, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro delle truppe dal confine settentrionale dalla Siria, lasciando quindi ampio spazio di manovra alla Turchia, ora libera di occupare militarmente il nord del Paese e creare una zona cuscinetto.

La manovra militare in questione, ufficializzata dalla nota diffusa da Washington, è entrata nel vivo da circa una settimana nonostante fosse pianificata da tempo.

La Turchia mira a creare una zona cuscinetto al suo confine meridionale
La Turchia mira a creare una zona cuscinetto al suo confine meridionale
La strategia dell’invasione

Cosa è successo? L’intento di Ankara è stato chiaro fin dall’annuncio statunitense.
A fugare ogni dubbio sono state le parole di Mevlüt Çavuşoğlu, ministro degli esteri turco: «bisogna liberare la regione dai terroristi curdi per assicurare la sicurezza turca e siriana» .

La situazione al fronte si è evoluta in modo comprensibilmente confusionario.

L’esercito turco è entrato nei centri di Ras Al Ayn e Tell Abyad ma la notizia di oggi (lunedì) riguarda il patto stretto tra i combattenti curdi (SDF) e il governo centrale di Damasco.
I curdi, ritrovatisi senza protezione internazionale, si sono rivolti al despota ottenendo il dispiegamento delle forze del regime a Kobane e a Manbji per difendere il confine siriano.

 Una mappa del nord della Siria. In verde le forze alleate della Turchia, in giallo i curdi siriani, in rosso il regime di Assad e alleati. La Turchia vorrebbe creare una "safe zone" nei territori oggi in giallo, a est del fiume Eufrate (fonte: Liveuamap/Il Post)
Una mappa del nord della Siria. In verde le forze alleate della Turchia, in giallo i curdi siriani, in rosso il regime di Assad e alleati. La Turchia vorrebbe creare una “safe zone” nei territori oggi in giallo, a est del fiume Eufrate (fonte: Liveuamap/Il Post)

La reazione curda

Fino a poco tempo fa i curdi i curdi erano stretti alleati degli americani nella lotta all’ISIS nella regione dilaniata da anni da una sanguinosa guerra civile.
Il declino territoriale dello Stato Islamico è infatti dovuto alla collaborazione tra gli eserciti della coalizione internazionale e le Forze Democratiche Siriane, alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache.

In politica internazionale però le alleanze cambiano rapidamente.
Risale infatti ad agosto l’ultimo accordo stipulato tra Stati Uniti e curdi dove questi ultimi sono stati convinti a smantellare le postazioni difensive nel nord del Paese in cambio di promesse di protezione.
Ora però si trovano indifesi di fronte all’avanzata delle forze di terra turche e abbandonati dagli ormai ex alleati.

La risposta del SDF al voltafaccia statunitense non si è fatta attendere ed è stata dura.
Tramite le parole di Mustafa Bali, capo dell’ufficio stampa SDF, la milizia ha reso chiaro di non aspettarsi alcuna protezione da parte degli USA e di essere pronta a difendere a ogni costo i propri territori.

Il pericolo nero

Dopo l’annuncio di settimana scorsa alcune fonti SDF citate da Kurdistan24 si erano dette spaventate dalla possibilità che quadri dello Stato Islamico potessero approfittare della rinnovata situazione di instabilità nella regione per uscire dalla clandestinità e riaprire un fronte che sembrava ormai chiuso.

I timori all’alba dell’invasione non si sono rivelati ingiustificati. Nella giornata di sabato un’autobomba è esplosa nelle vicinanze del carcere di Hassake, nel quale sono detenuti numeri esponenti del Califfato, provocando una rivolta all’interno. 
A causa di un bombardamento turco, inoltre, dal campo di Ain Issa, a circa 70 chilometri da Kobane, sono fuggiti centinaia di sostenitori dell’ISIS.

Sempre sabato avrebbe avuto luogo l’attentato a Hevrin Khalaf, attivista civile e segretaria generale del Partito Futuro siriano, e al suo autista. 
Secondo SDF alcuni miliziani arabi filo-turchi hanno fermato i due sulla strada per Kobane e li hanno immediatamente uccisi.

E la comunità internazionale?

Le reazioni della comunità internazionale sono arrivate a scaglioni.
Sabato i ministri degli esteri della Lega Araba si sono riuniti e hanno rilasciato una dichiarazione congiunta. L’aggressione turca alla Siria è considerata una violazione flagrante dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Inoltre costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali.

Anche il Consiglio dell’Unione Europea con il voto unanime di tutti i suoi componenti , dopo l’iniziativa di singoli Stati membri, ha affermato la sua totale opposizione all’offensiva turca.
Il comunicato ha però solo una valenza simbolica. L’Unione non bloccherà i fondi destinati ad Ankara né tantomeno vieterà esplicitamente la vendita di armi all’esercito turco.

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