Femminicidio: quando le parole hanno un peso

Scarpe rosse, simbolo del femminicidio

Anche questa settimana appena conclusa ha visto una nuova vittima di femminicidio.

E anche questa settimana, qualcuno ha voluto puntualizzare come non abbia senso l’utilizzo di una parola per indicare l’omicidio di una donna, perché l’omicidio è omicidio.

Ma il femminicidio non è l’uccisione di una donna

Il femminicidio non indica la vittima, bensì indica il movente. Una donna uccisa durante una rapina, una donna uccisa dalla furia omicida di uno sconosciuto, non è una vittima di femminicidio.

Una donna vittima di femminicidio è una donna che viene uccisa perché donna, perché non più oggetto di questo o quell’uomo (e, in casi più rari, di questa o quella donna).

È l’atto finale di quello che prima veniva chiamato delitto d’onore, cambia il nome ma non cambia il senso, anche se le persone continuano a convincersi che no, stiamo dando importanza al sesso biologico della donna morta (perché lo sappiamo che i media, nel caso di una donna MtF direbbero il trans).

Perché altri termini non ci disturbano così tanto?

Nessuno ha da ridire con i termini connessi al parricidio. Che sia l’omicidio di un genitore (patricidio o matricidio) o di un fratello (fratricidio), non sentiremo nessuno dire che è un termine discriminatorio. Anche se il principio alla base è lo stesso.

L’assassinio del genitore avviene in quanto genitore, in quanto figura cui ribellarsi e dalla quale separarsi. Non avviene in quanto essere umano che ha infastidito in qualche modo.

Sembra un po’ tornare, anche in questo caso, il concetto di doppio standard che di solito si applica alla differenza fra uomini e donne. Stavolta, invece, il doppio standard è fra le vittime. E, ovviamente, sono le donne a rimetterci (sia mai!)

Insomma, il riconoscimento alla donna nemmeno quando è vittima.

Non solo, infatti, vengono nascoste dietro alla gelosia di uomini che amano troppo.

Viene negato anche il riconoscimento del movente del loro omicidio. Una negazione che sminuisce ulteriormente il loro essere vittime.

Donna con le labbra cucite, rappresentazione del silenzio in cui vive la vittima

Giulia Lausi

Giulia, 25 anni, scout e psicologa iscritta all'Albo A, perennemente oberata di impegni. Gli argomenti di cui scrivo vertono sulla parità di genere e su quanto ognuno di noi può fare per creare cultura. E su quanto possiamo "lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato".

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