Panama Papers e la caverna di Platone: la verità che sfugge all’uomo comune

“Panama Papers” (The Laundromat) è il nuovo film diretto da Steven Soderbergh. Presentato al festival del cinema di Venezia, disponibile su Netflix dal 18 ottobre. 

La vedova Ellen Martin inizia ad indagare su una frode assicurativa che la conduce ad uno studio legale di Panama City, gestito dai soci in affari Jürgen Mossack e Ramón Fonseca. Presto scoprirà che il suo caso è solo una piccola parte di milioni di file che contengono informazioni su società offshore impegnate in attività di riciclaggio

La vera storia dei Panama Papers

Panama Papers racconta lo scandalo finanziario dal quale il film prende il nome. Nel 2016 scoppiò lo scandalo, che fu di dimensioni globali: addirittura capi di stato e ministri vennero coinvolti nelle indagini e costretti a dimettersi dal ruolo. 

Soderbergh si approccia al difficile argomento in maniera molto energetica. Racconta passo dopo passo quello che accade, e la narrazione cinematografica si trasforma ben presto in una cronistoria di fatti realmente accaduti. Come già visto in altri film dello stesso genere (per esempio “La grande scommessa”), “Panama Papers” non racconta esclusivamente la vicenda, ma tenta di spiegare in maniera semplice l’eziologia dello scandalo. Certo, servono delle conoscenze precipue di economia e finanza, ma tutto sommato il risultato è abbastanza buono, e anche chi non frequenta abitualmente questi campi sarà in grado di capire quel che accade. 

Il mito della caverna

Soderbergh decide di andare oltre le apparenze. La trovata più interessante del film è quella di mostrare il dietro le quinte, a significare che forse dietro il mondo in cui viviamo c’è dell’altro: un’invisibile superficie che gestisce il mondo e si arricchisce alle nostre spalle. 

Tutto avviene di nascosto. Ognuno di noi, come nel celebre mito della caverna di Platone, crede di osservare la realtà quando invece la verità sta altrove. 

A duemila anni circa dalla scrittura del mito della caverna, le parole e i concetti di Platone restano vividi e presenti nella società moderna. Ancora oggi, sebbene la presenza di mezzi di informazione e di un accesso illimitato a internet, la verità è nascosta e lontana. L’uomo osserva la realtà riflessa sul muro della caverna in cui è rinchiuso.

Modernità liquida

Sin dal primo fotogramma, il film dimostra la sua fluidità, che coincida anche con una MDP in costante movimento. La liquidità cinematografica riflette quella del denaro, richiamando più volte all’attenzione l’inavvertibile, ma presente, esistenza del denaro e della finanza. 

Soderbergh rende il cinema uno strumento, e non il fine, con cui raccontare la storia. Sfrutta le capacità intrinseche della settima arte per ampliare gli effetti sullo spettatore. 

Oldman e Banderas: i ciceroni del Panama Papers

Buona le prestazioni dei tre grandi attori protagonisti, con una sempre Divina Meryl Streep nei panni di una vedova combattente e affamata di giustizia e verità. Discorso diverso per Oldman e Banderas. I due hanno infatti un doppio ruolo.  Da un lato interpretano i cosiddetti malvagi, uomini obnubilati dal denaro, capaci di fare qualsiasi cosa pur di possederne sempre di più.
Dall’altro, sono i nostri Ciceroni. Con fitti monologhi, i due ci spiegano dettagliatamente cosa realmente fanno.

A conti fatti, “Panama Papers” rende onore alle vittime dello scandalo, esaltandole e omaggiandole nella figura mai arrendevole della Streep, mentre dall’altro ridicolizza i finanziatori, gli speculatori, i manipolatori abietti interpretati da Oldman e Banderas.

Panama Papers

Francesco Guerra

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

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