Il Brexit drama show

L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sta ormai appassionando tutto il mondo. Condita con mille colpi di scena e risvolti inaspettati, il Brexit drama ha finito per diventare assumere i connotati di uno show. Gli stessi giornali inglesi non si risparmiano nel far satira attraverso strisce alquanto pungenti. Anche il noto dizionario inglese online – Urban Dictionary – è stato influenzato da questo divorzio senza fine. Infatti, tra le voci aggiunte di recente vi è anche il termine brexiting, definito come il “salutare tutti i presenti alla festa ma continuare a restare”. L’esempio, poi, utilizzato non fa altro che ironizzare sui tentativi sempre più fallimentari del premier Johnson di uscire dall’UE.

Brexit: Descrizione del termine inglese Brexiting

La prorogration illegale

Ma veniamo agli avvenimenti degli ultimi mesi. L’attuale primo ministro, Boris Johnson, dopo aver affossato in ogni modo possibile Theresa May, le è succeduto. Una mossa politica non apprezzata da tutti i conservatori, tanto da avere diverse dipartite all’interno della squadra di governo. I passi successivi si sono rivelati altrettanto falsi, a partire proprio dalla prorogation proposta e accettata dalla Regina. In agosto, infatti, il premier era riuscito nell’impresa di sospendere i lavori della Camera dei Comuni al fine di impedire il passaggio della legge contro il no deal. Una mossa estrema che aveva fatto alzare più voci di protesta sia dentro che fuori Westminster. E così arriviamo al 24 settembre, quando la Corte Suprema del Regno Unito si è pronunciata riguarda la causa intentata contro Johnson affermando l’illegittimità della sua manovra. 

Boris Johnson stoppa il parlamento
(fonte: The Guardian)

Una sentenza senza precedenti che ha invalidato dunque il procedimento e ha riaperto il Parlamento. I ricorsi sono stati presentati presso i tribunali di Edimburgo, Belfast e Londra e ha visto come ricorrenti sia privati cittadini sia esponenti politici. La sentenza riguardo la prorogation, essendo un atto formale della Regina, è risultata piuttosto complicata in quanto – per tradizione – le corti di giustizia non giudicano le decisioni della corona. Per aggirare l’ostacolo, dunque, hanno impugnato il consiglio di Johnson come illegittimo e riuscendo nella loro impresa.

Bocciatura della Camera

Riaperto il parlamento, la Camera di Comuni è riuscita – sotto la mediazione di Bercow – a far approvare la legge contro il no deal. Un sonoro schiaffo politico che ha riacceso il dibattito sulla Brexit. Un nuovo risvolto, poi, è avvenuto circa un mese dopo: il 22 ottobre. In questa data, dopo avere approvato 329 voti a favore e 299 voti contrari la prima parte del Withdrawal Agreement Bill, la Camera ha bocciato l’iter accelerato per approvare in tre giorni l’intero pacchetto. Un no decisivo in vista del 31 Ottobre, che ha visto protagonista il voto contrario del partito unionista nordirlandese. Convinto di poter avere il via libera per il suo accordo, il 19 ottobre Johnson è stato costretto dall’emendamento approvato di Letwin a chiedere un rinvio di tre mesi. 

La lettera

Intralcio subito seguito dall’impossibilità di riproporre la votazione sul proprio deal, a seguito del parere contrario di John Bercow, che lo ha ritenuto sostanzialmente identico a quello presentato e già bocciato. Con la coda tra le gambe, il premier inglese è stato costretto ad inviare una lettera ufficiale a Bruxelles per chiedere il rinvio della Brexit. Documento non firmato e seguito immediatamente da una lettera più personale e indirizzata a Donald Tusk, in cui esprimeva il proprio dissenso riguardo la richiesta avanzata in precedenza. Una missiva questa volta firmata e che mette in luce gli enormi contrasti dentro Westminster.

La risposta della UE

In seguito, dunque, alla sospensione del processo ratifica della legge sulla Brexit, Tusk ha portato la proposta di rinvio ai 27 membri dell’Unione. La discussione degli ambasciatori UE sulla questione ha portato alla luce pareri contrastanti, soprattutto da parte della Francia. Sembrava, infatti, essere lei la principale forza contraria al prolungamento. Ieri, in data 28 ottobre 2019, è stato confermato il rinvio fino al 31 gennaio 2020 da parte dell’Unione Europea. Una decisione che auspica sopratutto l’avvio verso nuove elezioni britanniche al fine di formare un nuovo governo che possa sbloccare questa situazione.

Ultimi risvolti

Nel mentre, infatti, a Londra si stanno sfidando maggioranza e opposizione sulla possibilità di elezioni anticipate. Il laburista Jeremy Corbyn ha confermato un suo possibile consenso solo nel caso sia scongiurata una Brexit no deal. All’interno del proprio partito, deve inoltre fronteggiare una frangia contraria alle urne. Alcuni membri hanno infatti paura di perdere i propri seggi e sperano nell’approvazione di un secondo referendum. Possibilità che sembra assai apprezzata da una buona fetta di popolazione, scesa in piazza più volte per manifestare a favore di questa possibilità. Naturalmente Johnson non ha esitato nell’attaccare Corbyn, accusando il partito laburista di essere completamente diviso e incapace di affrontare la questione Brexit.

A quanto pare l’epilogo di tutta questa faccenda sembra assai lontano. Non resta che osservare e attendere le decisioni di un Regno sempre più diviso e spaesato.

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