City of Stars è il musical catanese dell’anno

Sullo sfondo di una Catania che ha sfiorato il dramma sociale, politico e artistico con la minacciata chiusura del Teatro Massimo ‘Vincenzo Bellini’, il musical City of Stars rappresenta un ideale lampione, una Stella Polare ad indicare la direzione che il teatro potrebbe (si legga dovrebbe) intraprendere a passo svelto. 

Nato dal nulla come le cose migliori, questo spettacolo mi ha fatto paura sin da quando ho ricevuto l’invito alla prima. Una paura sincera, dovuta prevalentemente all’imbarazzo di dover recensire uno spettacolo al quale, come buona parte dei musical, sono affezionato. 

Per chi si fosse assentato dal cinema negli ultimi 3 anni, il musical City of Stars nasce come riadattamento del celebre film La La Land che, firmato da Damien Chazelle, ha portato in scena un gioiello da svariati Oscar. 

Another Day of Sun

La messa in scena, realizzata dalla Compagnia Ouroboros, nasce dalla riuscitissima intuizione di portare su un palco un musical che nasce per il cinema. Per la prima volta al mondo, peraltro. 

Come tutti coloro che arrivano per ‘primi’ però, non basta tagliare il traguardo per sentirsi dire ‘bravi’, né basta esser giovani e pieni di passione, cosa che tuttavia non manca nello spettacolo. 

Iniziato in ritardo sulla tabella di marcia, il musical lancia subito un ideale guanto di sfida al pubblico in sala (due sold out su due date), abbattendo con forza la quarta parete e irrompendo in platea con ballerini, cantanti e attori che ritroveremo sul palco alla conclusione di ‘Someone in the Crowd’. 

Someone in the Crowd

L’apertura e la chiusura di quest’ultima porta tutta la scena sui 5 scalini sotto il palco del Teatro Ambasciatori e a sipario chiuso emergono le voci importanti di Federica Marino (Mia) e delle colleghe di scena (Paola D’Arrigo, Claudia Calanna e Laura La Rosa) che strappano il secondo applauso al pubblico, tra sorrisi compiaciuti. 

Il corpo di ballo riempie il palco già dalla scena in piscina lanciandosi anche in coreografie e acrobazie impegnative (curate da Alessandra Fichera) degne della più scafata compagnia teatrale.

E qui il sottoscritto vacilla e fatica a pensare che quelli sul palco non siano professionisti. Sono però certamente professionali e hanno fatto i proverbiali ‘compiti a casa’. 

Forse anche qualcosa in più.

Engagement Party

Nota di merito a parte merita la voce di Sebastian (Gabriele Baglio) che di certo non è Ryan Gosling pur tuttavia regalandoci anche un’ottima mimica che trascina e coinvolge. Resta da capire perché cucini con la giacca e il grembiule, ma il resto è impeccabile. 

Al resto si aggiungeranno poi le performance di Keith (Mario Libertini) e Greg (Andrea Puglisi), ottime spalle maschili sul palco capaci di regalarci interpretazioni importanti pur da personaggi secondari. 

La scenografia è come un discorso sensato di Mario Giordano: non esiste.

Se sia una scelta dovuta al budget non è dato saperlo, ma i due tavolini, le dieci sedie e la mezza confezione di bicchieri non fanno altro che focalizzare l’attenzione sugli attori, il cui racconto diventa se possibile ancor più efficace. Ormai io sono calamitato sul palco e non posso non fare il tifo per la seconda metà dello spettacolo. 

Unico elemento imprescindibile è il lampione che svetta in scena e che, se fosse mancato, avrebbe fatto storcere il naso.  

Start a Fire

Dopo la pausa, l’impressione è quella che dovrebbe consegnarci il teatro: attori che si divertono nel divertire e che traggono energia dal palco, riversandola sul pubblico. 

Divertente è appunto -tra gli altri- il siparietto dello shooting fotografico che strizza l’occhio agli apprendisti sfruttati negli studi fotografici (ma non solo) e che fa sorridere per il tempismo delle battute tra Riccardo Trapani e Giorgia Inturri. 

Gli impegni crescenti ed il progressivo distacco di Mia e Sebastian vengono raccontati con un sapiente gioco di luci ed ombre che in pochi minuti trasmette tutta la tristezza del momento, creando un momento di commovente suspense. 

Epilogue

Tra le lacrime di qualcuno e i sorrisi compiaciuti di qualcun altro, lo spettacolo si conclude, non prima di far passare sullo sfondo tutte le immagini dei più grandi musical della storia. 

A metà tra una dichiarazione d’intenti e un tributo al Musical (con la M maiuscola) la compagnia Ouroboros sembra voler metaforicamente prendere a schiaffi certo snobismo che vuole la tradizione lontana dalla modernità, quando invece ne è solamente la naturale radice. 

In definitiva, City of Stars è un musical capace di emozionare, divertire, commuovere e fare il tifo. Dal canto mio, l’unico modo per tributare degnamente questa magnifica compagnia era far partire una standing ovation. E l’ho fatto con piacere. 

“La gente ama quelli che hanno una passione

perché gli ricorda quello che hanno dimenticato.” 

E loro hanno passione.

 

si ringrazia Stefano La Rosa per le foto

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