La guerra commerciale asiatica: Giappone vs Corea del Sud

Era il 15 agosto 1945 quando, sotto l’imperatore Hiroito, il Giappone fu costretto ad arrendersi, sancendo la fine della seconda guerra mondiale. Quel giorno coincise con la liberazione del territorio coreano da parte delle forze coloniali nipponiche. A distanza di 74 anni i rancori tra i due paesi esplodono rivelando il fragile equilibrio venutosi a creare con l’inizio della guerra commerciale. 

Vecchi rancori

Per capire il fattore scatenante bisogna seguire il filo rosso della storia, un passo nel passato che ci porta al secondo conflitto mondiale. Durante l’occupazione nipponica, un numero elevato di coreani fu costretto ai lavori forzati e le donne vennero indotte alla prostituzione in favore dei militari giapponesi. Un crimine di guerra che il paese del sol levante pensava di aver risolto definitivamente nel 1965 grazie all’accordo per la ripresa delle relazioni. Una svolta che aveva portato al finanziamento della rinascita economica coreana e alla costituzione di un fondo per le vittime di prostituzione coatta. 

Il casus belli

La questione si è, tuttavia, riaccesa in due occasioni: la prima nel 2015, quando l’intesa che aveva risolto il caso delle prostitute-obbligate era stata annullata; la seconda, nell’autunno del 2018 quando la Corte Suprema di Seul ha riconosciuto il diritto il diritto al risarcimento ad alcuni cittadini sopravvissuti ai lavori forzati. Questa decisione ha colpito molte aziende giapponesi, come la Mitsubishi Heavy e la Nippon Steel a cui sono stati requisiti alcuni beni. La reazione del governo nipponico non si è fatta attendere.

La reazione del Giappone

Le tensioni sono aumentate gradualmente sino a sfociare in una vera e propria diatriba. A seguito del G-20 di Osaka, il premier Shinzo Abe ha annunciato l’introduzione di restrizioni all’export verso la Corea del Sud. In particolare, su tre prodotti indispensabili per l’industria elettronica coreana: la poliammide fluorurata, il fotoresist e il fluoruro di idrogeno. Dichiarazione profeta della rottura definitiva avvenuta il 4 luglio quando, in conferenza stampa, ha annunciato l’uscita di Seul dalla white list, ovvero la lista dei 27 paesi che godono di un trattamento commerciale preferenziale.

Sentimento antinipponico

La risposta che ha dato, poi, il via alla guerra commerciale tra i due paesi non si e fatta attendere. Boicottaggio di tutto ciò che è Made in Japan da parte di metà della popolazione, invocazioni per l’astensione alle Olimpiadi 2020, Toyota imbrattate di kimchi (piatto tipico coreano), diminuzione di prodotti come le birre Asahi, Sapporo e Kirin. Un sentimento antinipponico esploso soprattutto in occasione 74esima Giornata Nazionale della Liberazione, durante la quale si sono svolte manifestazioni davanti all’ambasciata giapponese. Immediata anche la scelta di togliere – a sua volta – il Giappone dalla lista bianca del governo coreano, scelta che aggravato ancora di più questa crisi.

Possibili risvolti

La preoccupazione di aziende e mercati è alta, e non senza motivo. Tra gli effetti collaterali dello scontro il calo delle vendite dei vestiti di Uniqlo o i numerosi viaggi turistici cancellati. Una guerra commerciale che potrebbe portare anche a conseguenze assai più gravi, in ambito di sicurezza nazionale. Si è ipotizzata, infatti, l’idea di cancellare l’accordo sulla condivisione di informazioni per la Difesa (2016). Secondo Scott Snyder del Council of Foreign Relations, questa rischia di far cadere un sistema di sicurezza in Asia assai fondamentale e chiede dunque una mediazione da parte degli USA. Assai ironica, vista la decisione dell’amministrazione Trump di proseguire la guerra dei dazi sia nei confronti della Cina che dell’Europa.

Gloria Borsato

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