Perché ricordare El Alamein?

Come ogni anno, al grido “Mancò la Fortuna non il Valore”, si rinnovano gli eventi (ed i post) per commemorare i caduti delle battaglie di El Alamein, durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma è giusto ricordare un’azione militare dell’Italia Fascista?

1942

Con il termine “El Alamein” al giorno d’oggi si indicano due battaglie della Seconda Guerra Mondiale combattute nell’omonima località egiziana.
Si trattò dei più importanti scontri che si verificarono, durante il conflitto, in Africa tra le forze dell’Asse e gli Alleati. La prima ebbe luogo tra l’1 e il 27 luglio del ’42, con le truppe italo-tedesche che videro fallire un tentativo d’attacco nei confronti del contingente britannico. Stessa sorte tocco all’offensiva denominata “battaglia di Alam Hafa” combattuta tra l’agosto e settembre dello stesso anno.
Gli inglesi passarono al contrattacco tra il 23 ottobre ed il 5 novembre, con la seconda battaglia di El Alamein. Fu una completa disfatta per l’Asse, che venne letteralmente spazzato via dal fronte e non riuscì più ad avanzare.

Alla fine delle battaglia il numero dei morti, feriti e dispersi è stato sconcertante (anche se approssimativo ed esistendo stime contraddittorie in merito): circa 46.000 italo-tedeschi da una parte e 25.000 Alleati dall’altra.

Inglese
Il Generale Bernard L. Montgomery, comandante dell’Ottava Armata Britannica ad El Alamein. Fonte: wikipedia.org.

Le cause

L’invasione dell’Egitto fu un modo per l’Italia di assumere una qualche rilevanza all’interno del conflitto. Espandersi verso Suez avrebbe significato chiudere i rifornimenti nemici e bloccare l’afflusso di rinforzi. Uno sforzo, quello italiano, che si ritorse contro il Regime Fascista incapace di portare avanti le operazioni in autonomia tanto da richiedere l’aiuto della Wehrmacht.
Storicamente la principale causa della disfatta fu la logistica. I porti libici erano troppo distanti dal fronte, i rifornimenti impiegavano troppo tempo ad arrivare e la RAF, che controllava lo spazio aereo, bombardava costantemente i convogli quasi indisturbata. Senza contare che la mancata conquista di Malta permetteva agli inglesi di avere una portaerei naturale dalla quale colpire le navi provenienti dall’Italia. In poco tempo le truppe si ritrovarono a corto di viveri, munizioni e carburante. A ciò va aggiunto un equipaggiamento obsoleto, fattore caratterizzante del Regio Esercito durante tutto il conflitto.

La Volpe del Deserto
Il Feldmaresciallo Erwin Rommel, “La Volpe del Deserto”, comandante del contingente “Afrikakorps” tedesco ad El Alamein. Fonte: wikipedia.org.

Coraggio

Inoltre, le forze in campo erano assai diverse. Nella Seconda battaglia gli inglesi schierarono circa 200.000 uomini, mille aerei ed altrettanti carri armati. Dall’altra parte l’Asse poteva contare su 100.000 uomini, 500 carri e 200 aerei.
Una superiorità schiacciante, eppure gli Alleati dovettero sudare per la vittoria. Nelle battute finali, per consentire il ripiegamento delle unità alleate, le divisioni corazzate italiane e i bersaglieri si batterono fino all’annientamento.

Sono passate alla storia le gesta degli uomini della Folgore che, vista la carezza di armi, attaccavano i carri nemici con solo bottiglie molotov e mine anticarro.

Carri M13/40, il mezzo principale delle divisioni italiane nella Campagna d’Africa. Rispetto alle controparti nemiche erano più lenti, alti e con un cannone meno potente. Fonte: wikipedia.org

Perché li ricordiamo?

Quello che va da ottobre e novembre ogni anno è un periodo in cui si susseguono momenti di ricordo di eventi di guerra. Da una parte la festa delle Forze Armate il 4 novembre, data in cui finì la Prima Guerra Mondiale, dall’altra appunto El Alamein.

Quest’ultima è una sconfitta, per di più perpetrata dall’Italia Fascista. Quegli uomini combattevano per una Patria molto differente rispetto a quella di oggi. Erano sudditi di un Re ed iscritti al partito di un tiranno, vestivano un tricolore ben diverso dall’attuale. Non sorprende, quindi, che da più parti sorga spontaneo chiedersi se commemorare questo evento sia inutile se non dannoso. Dal altronde se quella “fortuna” di cui parla il motto ci fosse stata, il presente avrebbe potuto essere più nazi-fascista.

Esercizio di memoria

Come detto non fu certo una questione di “sfortuna”. 
Quegli italiani vennero mandati a morire ma comunque la loro morte ha avuto una connotazione di coraggio che dovrebbe tutt’oggi inorgoglirci. Uomini che prima del conflitto erano magari pastori o operai in quel deserto morirono con onore. Questo gli è stato riconosciuto sia dai tedeschi che dagli Alleati, impressionati dalla loro tenacia.

Bisogna avere presente che coltivare la memoria, in qualunque circostanza, è sempre una buona cosa. Aiuta a non commettere gli stessi errori e a comprendere meglio ciò che siamo oggi come persone, come società.
Inoltre rendere onore a quei soldati non vuol certo dire lodare una dittatura. 
Per cui sebbene c’è chi usi quell’evento per ragioni di “ringiovanimento politico” di ideologie dello scorso millennio, ciò non può certo essere motivo per oscurare un fatto. Se il ragionamento fosse questo per assurdo dovremmo togliere dai libri di storia, e dalle nostre città, ogni riferimento all’Impero Romano.

Torre memoriale
Sacrario Militare Italiano di El Alamein. Fonte: wikipedia.org.

Il memoriale

In alcuni luoghi della Battaglia oggi sorgono i mausolei ai caduti tedeschi, italiani e degli Alleati. Il mausoleo per i soldati del Regio Esercito venne costruito tra il 1954 e il 1958 dal Governo italiano. Raccoglie le spoglie di 5.200 militari morti in quelle battaglie e, per buona parte, le lapidi riportano la scritta “IGNOTO”.
Questo luogo, così come il sacrario di Redipuglia dedicato ai caduti della Grande Guerra, paga le stesse considerazione della memoria per la quale è stato eretto. Da una parte è certamente un posto dove si commemorano le gesta militari di chi vi è sepolto.

Ma guardando tutte quelle scritte, quei nomi, quegli “IGNOTO”, in mezzo al deserto sorge spontaneo l’orrore per tutto ciò. Morti senza un nome e per cosa?

È quindi anche un imponente monito al futuro, un atto di accusa plastica alla guerra e a ciò che comporta.

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