Parasite, il film dell’anno che ha conquistato il mondo intero

Presentato allo scorso Festival del cinema di Cannes, il film Sud-coreano del regista Bong Woon-Ho ha portato a casa l’ambita Palma d’oro. Indubbiamente, Parasite è uno dei film migliori dell’anno, e non a caso ha trionfato in quello che, a detta di molti, è il miglior festival del cinema. 

La trama di Parasite

Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l’affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l’opportunità di sostituirlo come insegnante d’inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un’azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un’opportunità da cogliere al volo, creando un’identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti.

Parasite è un “Melting Pot” di generi

L’aspetto più riuscito del film, è il suo continuo movimento tra un genere e l’altro. Dopo la prima mezz’ora crediamo di vedere una commedia grottesca, ma Parasite ci stupisce, cambiando più volte il suo volto. Si trasforma prima in un thriller; poi sfocia in uno splatter incontrollabile. Il tutto senza perdere quell’alone surreale che contraddistingue l’intero film. 

Con una naturalezza straordinaria, il film cambia pelle come un serpente: è una commedia, un thriller, uno splatter, ma è soprattutto una tragedia. La tragedia del mondo contemporaneo, afflitta da una diseguaglianza economica e sociale che ha raggiunto livelli mai visti prima. 

Il pagliaccio e il Parasite

Anche un altro film di successo (per molti IL FILM dell’anno) come “Joker” (ne abbiamo parlato qui), affronta il tema dell’endemica disuguaglianza presente nella società moderna. Ci mostra come il sorriso innocuo scosso dai traumi e dal dolore inflitto da altri, possa trasformarsi in un sorriso malefico, dietro il quale si cela la follia e la rassegnazione di chi ha digerito troppe delusioni in vita sua. 

Anche Parasite, come il film di Todd Philipps, propone un’analisi grottesca di cosa nasce da questa disuguaglianza, in una maniera del tutto innovativa e affascinante. 

Le scale come metafora

Nell’asfissiante e perpetuo sali e scendi dei protagonisti, rivediamo l’andamento della loro vita. Le scale hanno un ruolo di primo ordine, essendo metafora di quello che accade ai personaggi. 

Come nella scala sociale, i protagonisti salgono e scendono senza sosta: arrivano al punto più alto della scala, e poi corrono giù senza fiato quando l’acqua scorre senza sosta allagando tutto. L’acqua purifica e pulisce, rende lucente un viso coperto di fango. E così accade alla famiglia Kim, colpita da un improvviso acquazzone che li costringe a interrompere la loro scalata, il loro continuo movimento verso l’alto. Li porta giù, entra nella loro vita, nei loro spazi, e li riporta alla realtà alla quale appartengono. 

Una casa a più piani

Anche la bellissima e lussuosa casa della famiglia Park sembra comunicare l’irresanabile distanza che esiste tra il seminterrato e il piano superiore. La struttura dell’abitazione è paragonabile a una struttura sociale, nella quale, ai piani più bassi vivono le persone più povere e in difficoltà, costrette a nascondersi poiché assalite dai debiti e dagli usurai; man mano che si sale la condizione migliora, fino a raggiungere il piano più alto, abitato dai super ricchi. 

La famiglia Kim, come il protagonista del celebre romanzo di Fedor Dostoevskij “Memorie del sottosuolo”, prova a uscire dallo scantinato in cui è relegata grazie a un piano ben pensato, che possa, nel giro di poco tempo, portarli al piano superiore della casa.  

Ma i piani falliscono

Ma l’atteso e sperato benessere, basato su piani ragionati, spesso non arriva, poiché i piani falliscono senza che si possa far nulla per evitarlo. Non serve a nulla pianificare quando qualcosa di inaspettato rovina tutto, facendoti ripiombare dall’abisso da cui sei venuto.

Infatti, dopo aver pianificato la loro scalata, i Kim si trovano nuovamente a terra, nel seminterrato della società da cui volevano a tutti i costi fuggire. 

La sventura colpisce la loro famiglia, proprio come accadde anche ai Malavoglia, che videro i loro sogni andare in fumo proprio dopo una tempesta inaspettata che distrusse tutti i loro progetti. Che senso ha dunque fare piani, quando una qualsiasi cosa li può rendere vani? 

Solo il buon Ki-taek si arrende di fronte all’evidenza del fallimento, l’ennesimo della sua vita. Questo, però, ha un odore diverso rispetto agli altri; una puzza che difficilmente va via dal naso. É l’odore dell’umiliazione, che si trasforma in rabbia e ribellione nel disperato finale.

Darwinismo sociale e Abele

La teoria del “Darwinismo sociale” applica le teorie dello studioso inglese alle società umane. La lotta per la sopravvivenza diventa fondamentale anche per gli esseri umani, che vivono in società altamente competitive dove solo alcuni sono in grado di vivere dignitosamente. 

Pare chiaro come questa lotta per la sopravvivenza debba tramutarsi, alla luce di quello che ci dice Parasite, in una lotta di classe. Ma il film ci dimostra altro, e ce ne dà conferma quando, verso il finale, una cantante lirica intona un verso che non può passare inosservato. 

Caro Abele, non ho più…” canta festosa. 

La lotta alla sopravvivenza non è una tra chi vive nel seminterrato e chi nel piano di sopra. Tutt’altro: è una guerra tra poveri, tra coloro che vivono nei bassifondi della società. La competizione assennata del nostro mondo li porta a combattere tra loro, mentre al ricco di bell’aspetto si urla semplicemente “Respect” per il suo successo e per i soldi che possiede. Pazienza quindi se entrambi vivono la stessa situazione e gli stessi dolori: la disperazione e la competitività li porterà a sfidarsi, in modo che uno, Caino, uccida l’altro, Abele.

La famiglia in Asia

Scrive bene Pietro Renda nella sua recensione, che la famiglia si profila sempre di più come il polo da cui ripartire per ripensare l’articolazione interna della società

Sempre a Cannes, ma un anno prima, aveva trionfato il regista giapponese Kore-eda, che alle kermesse francese partecipava con “Un affare di famiglia”. 

Film completamente diverso da quello di Bong Joon-ho, il quale però sapeva raccontare con i tempi giusti la metamorfosi della famiglia del mondo neocapitalista, costretta a vivere di normalità e piccoli furti, in una situazione complessiva a dir poco drammatica. 

Parasite affronta il problema in modo diverso, ma l’affronta. É chiaro come l’unione familiare, in entrambi i casi, sia imprescindibile non solo per comprendere i meccanismi del film, ma anche quelli di un mondo che sta avviandosi verso una nuova fase. 

Dall’Asia, grazie alle pellicole vincitrici delle ultime due Palme d’oro, possiamo comprendere come il nucleo della società del futuro passi dalla famiglia, ultimo baluardo di una società sempre più individualista. 

Parasite

 

Francesco Guerra

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

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