La sindrome del Chihuahua: vincere le elezioni nell’epoca social

Nel suo nuovo libro, “La Sindrome del Chihuahua: vincere le elezioni usando i social media”, Simone Dei Pieri ripercorre la storia della comunicazione politica partendo dall’antica Grecia fino ad arrivare ai giorni nostri. Un’attenta analisi che non vuole essere un manuale d’istruzioni. 

L’intervista all’autore del libro, Simone Dei Pieri. 

Simone, andiamo dritti al punto: si possono vincere le elezioni usando i social media, oppure è ancora un’utopia? 

Sì, si possono vincere, anche se non tutti hanno la capacità di utilizzarli in maniera adeguata. I social media hanno preso il posto della radio, della televisione e della stampa. 

Quali sono le strategie più usate?

Le strategie politiche non sono cambiate nel tempo. Ricordo, per fare un semplice paragone, che Goebbels usava una delle strategie più famose: paragonare gli stranieri a dei ratti, animali odiati dagli esseri umani, alimentando così il sentimento razzista. Questa strategia è molto utilizzata anche oggi. 

Un messaggio del genere, con il social network, raggiunge un pubblico molto vasto. 

Sì, è vero. I Social media hanno amplificato la portata di tutti i tipi di messaggi, non solo quelli politici. Un esempio cardine è quello dei vaccini: un messaggio come quello dei No-vax, che non tiene conto di tanti aspetti, è riuscito a raggiungere un grande numero di persone che adesso ha preso una posizione netta su una questione senza averne le necessarie competenze…

A tal proposito, Umberto Eco disse una frase significativa e premonitrice sui social network, molti anni prima della loro effettiva diffusione. I tuoi Chihuahua sono un po’ quelli verso cui si riferiva Eco?

Il titolo nasce proprio da questo. Il Chihuahua è un animale che punta tutto sulla voce: abbaia per spaventare i cani più grandi. Cani che hanno più contenuti, ma che sono in un certo senso intimoriti dal continuo abbaiare del Chihuahua.

Certo, se di fronte ci fosse un Rotweiler… 

Esatto. Il problema, e qui faccio un salto nell’Antica Grecia, è che ci saranno sempre più Chihuahua, ovvero sempre più ignoranti. Una cosa del genere la diceva anche il “Vecchio Oligarca”: secondo lui, infatti, una democrazia non sarà mai democratica perché, stando alle percentuali, ci saranno più ignoranti che colti. 

Non a caso Platone, forse estremizzando un po’ la sua visione, affermava che la Democrazia portasse alla dittatura…

Sì, storicamente era un tipo di dittatura diversa da quelle che abbiamo visto nello scorso secolo a cavallo delle due guerre. Il fatto però è un altro… 

Cioè? 

Vedi, io ho sempre un timore verso chi agogna la riduzione del suffragio universale. 

Perché? 

Perché, rispettando tutti il proprio campo di competenze, credo che piuttosto di parlare di riduzione di suffragio universale, si possa, anzi si debba, tentare un’altra via: quella di educare le persone senza essere saccenti. 

Riprendendo per un secondo Platone e il mondo dell’Antica Grecia, è proprio da qui che parti per un viaggio sulla comunicazione politica che giunge fino ai giorni delle agorà virtuali. Nel viaggio che hai fatto, c’è qualcosa che ti ha colpito e che magari non conoscevi? 

Come ti dicevo, mi ha colpito tantissimo l’analisi lucidissima del Vecchio Oligarca e la divisone tra le due facce della democrazia: Elité e non Elité.

La parola Elitè ha assunto un significativo non troppo positivo ai giorni nostri…

Sempre per quello che ti dicevo prima. La troppa saccenza porta a questo. Certo, è anche vero che spesso qualcuno interviene su campi che non sono di sua competenza, puntando il dito contro chi ha studiato per anni e accusandolo di essere un “Professorone”, parafrasando Aldo, Giovanni e Giacomo. Bisogna trovare la giusta dimensione. 

La sindrome del chihuahua

Ritornando ai Social media (ma lasciando da un lato i Chihuahua)  possiamo dire che questi hanno cambiato il rapporto tra politico ed elettore, con il primo che si fa anche veicolo del messaggio che vuole lanciare, compito, quest’ultimo, che prima toccava al giornalista. Persa questa sua funzione, la Stampa come deve reagire. 

La stampa deve tornare a fare la stampa. Il giornalista deve capire che il Clickbaiting ormai non funziona più, poiché lo fanno tutti. Il giornale, dal mio punto di vista, deve tornare a fare informazione, finanche intrattenimento. Soprattutto di fronte a un così grande quantità di Fake News, è necessario un giornalismo che sappia raccontare i fatti e la realtà.

Dato che hai tirato fuori l’argomento, che impatto ha avuto un problema come le Fake News e come, secondo te, si può affrontare? 

Bisogna innanzitutto specificare che le Fake News non sono un’invenzione moderna, poiché sono sempre esistite. Per me un buon metodo è limitarle. Devo dire che ultimamente Facebook, grazie a varie tecniche (segnalare che la notizia è falsa ndr), sta provando ad agire sulla questione, anche se questo problema è lungi dall’essere risolto. Io credo, però, che l’unico modo per affrontare la questione sia educare: andare nelle scuole, nelle università, permettere alle persone di riconoscerle. 

Nonostante la loro diffusione, i social media non hanno diminuito la necessità per un politico di parlare davanti al proprio elettorato. Su questo aspetto, quando un politico parla in un comizio, si possono individuare delle caratteristiche che ricordano lo stile della comunicazione sui social media?

Certo, l’affidabilità per esempio. Poi, specialmente, la chiarezza e la semplicità del messaggio: quello che prima era uno slogan elettorale adesso è un refrain costante del politico. Tutti quanti hanno dei messaggi che ripetono continuamente, perché una cosa detta più volte entra più facilmente nella testa delle persone. E poi, come diceva sempre Goebbels, una menzogna ripetuta cento volte diventa una verità. Inoltre, un tipo di linguaggio decisivo ma spesso sottovalutato è quello del corpo, che poi viene ripreso da foto e video e caricato sui social media. Salvini è molto bravo in questo, perché dimostra molta sicurezza per come si muove. Anche un gesto come baciare il crocifisso, un gesto chiaramente simbolico, dimostra come sappia mostrarsi al suo elettorato. 

Chiaramente Salvini è il migliore sotto questo punto di vista: ma gli altri? 

Gli altri arrancano. Fino a quando la sinistra snobberà i Social Media, Salvini ha campo libero. Solo ultimamente i parlamentari di Italia Viva hanno cominciato a spingere sui loro profili instagram, mentre Salvini è già su Tik Tok, piattaforma giovanile che comprende l’elettorato del futuro. Questo dimostra come dietro a una scelta piuttosto banale in apparenza, ci sia una strategia ben consolidata e che dà ottimi risultati. 

Eppure, in un tuo articolo hai scritto che le persone cominciano a essere stanche di tutta questa politica sui Social Media. 

Vero: secondo gli ultimi dati, negli Stati Uniti le persone sono stanche della politica sui Social Media. Dal 2009 la percentuale è aumentata tantissimo. Ma ripeto: parlo degli Stati Uniti. Nel nostro paese la questione va monitorata.

 
Francesco Guerra

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *