Scuola e discriminazione: eccesso di pubblicità

Quello della scuola romana di via Trionfale è solo l’ultimo caso di discriminazione nelle descrizioni di istituti italiani. Un fenomeno legato a superficialità, necessità pubblicitarie, carenza di fondi e pregiudizi.

Il Caso

La vicenda, o polemica, della settimana in Italia è legata ad un articolo del giornale “Leggo”. I giornalisti, qualche giorno fa, hanno scovato nel sito internet di una scuola romana, queste parole:

“La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana.”

La descrizione continuava con un passaggio ancora più “enigmatico”:

“Il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie, invece, prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)”.

In sostanza (come ha titolato “La Repubblica”): “In una sede i figli dell’alta borghesia, nell’altra i ceti bassi”.

Attacco e difesa

Le reazioni allo scoop non si sono fatte attendere. Il Ministro dell’Istruzione, il Sindaco di Roma e l’associazione dei presidi hanno immediatamente contestato quella descrizione. Chi critica, ricorda come la scuola sia una palestra di vita, che non ha il compito di acuire le divergenze bensì di appianarle.

La replica della scuola è avvenuta con due mosse. In primo luogo, opportunamente, la descrizione è stata rimossa dal sito. Poi è stata diramata una nota in cui la scuola non si scusa, parla di un fraintendimento e di come porti avanti pratiche per l’integrazione. Un passaggio della nota, però, suscita maggior interesse. L’istituto si giustifica parlando di una mera descrizione socioeconomica in linea con le direttive ministeriali. In questo caso si fa riferimento ai RAV (Rapporti di Autovalutazione) un insieme di dati statistici e informazioni per fini promozionali. Le scuole, in genere, le usano per descrivere l’ambiente e l’offerta scolastica.

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Pubblicità

Infatti non troviamo descrizioni velatamente discriminatorie nei siti di ogni scuola italiana. Solo in alcuni.
Nel 2018 l’istituto Visconti diceva dei suoi alunni che: “tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile”.

La scuola paritaria Giuliana Falconieri, sempre in Roma, diceva che: “non sono presenti né studenti nomadi né provenienti da zone particolarmente svantaggiate” e “negli anni sono stati iscritti figli di portieri e/o custodi di edifici del quartiere, ma data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”.

Dei tanti, forse quello più odioso risulta esser quanto scritto dal liceo Andrea D’Oria di Genova che non aveva tra i sui studenti “poveri e i disagiati” che “costituiscono un problema didattico”.

Il meglio

Ogni genitore vuole solo il meglio per i propri figli. Dare alla prole la possibilità di avere una vita felice, appagata, attraverso l’istruzione è un desiderio comune ad ogni mamma e papà. Nella situazione che vive oggi l’istruzione in Italia, dove i pochi fondi sono ripartiti alle scuole che hanno più alunni, gli istituti tentano ogni strada per aumentare le iscrizioni. Anche, in questi casi, giocare sul pregiudizio che vuole i figli dei ricchi e potenti più intelligenti ed educati degli altri. Non è un fenomeno solo italico. Negli Stati Uniti, in cui le università e le scuole sono perlopiù private, questa “carta” viene spesso usata per intercettare “clienti”. Non c’è alcun nesso tra le capacità di apprendimento e la classe sociale di provenienza, chi è agiato ha maggiori chance di successo, al più.

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Pregiudizi

Non c’è da nascondersi, simili pregiudizi esistono e spesso li usiamo anche inconsciamente. Nel “caso romano” è probabile che un’applicazione superficiale, o adattata alle “esigenze”, delle direttive abbia portato a quella descrizione. La sacralità e l’importanza strutturale dell’istituzione, però, dovrebbero imporre una maggiore attenzione e delle scuse. 

Perché se ogni discriminazione porta ad un peggioramento del sistema, oltre ai genitori sono gli insegnanti a dover cambiare una certa visione delle cose. Non certo fomentarla.

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