Il Memorandum d’intesa ai tempi della crisi libica

Il 2 febbraio è stato prorogato il Memorandum d’Intesa Italia-Libia. L’accordo, stipulato nel 2017 dal Governo Gentiloni, è stato rinnovato per altri tre anni alle identiche condizioni, tra cui spicca la stretta collaborazione tra le parti nelle operazioni di sostegno alle istituzioni militari, inclusa la guardia costiera libica, preposte ad attività di controllo e arginamento dei flussi migratori irregolari.

Conferenza di Berlino sulla Libia, punto stampa del Presidente Conte e del Ministro Di Maio

Quali implicazioni per l’Italia?

Secondo il Memorandum d’intesa l’Italia sarà ancora una volta impegnata a finanziare programmi di crescita per le zone del paese nordafricano e a fornire supporto tecnico agli organismi istituzionali libici preposti alla lotta all’immigrazione clandestina, inclusa la sedicente guardia costiera libica. L’accordo, volto ad un’ampia forma di collaborazione euro-africana, è stato finora finanziato con 2,5 milioni di fondi stanziati dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale a favore del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno.

L’appello della società civile

Il rinnovamento dell’accordo ha sollevato le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, associazioni e singoli cittadini, i quali in coro hanno lanciato un appello al Governo Conte bis per la cancellazione del Memorandum d’intesa e l’avvio dell’evacuazione immediata delle persone trattenute nei campi libici.

“Un campo di prigionia a cielo aperto”

La preoccupazione degli attivisti è tutt’altro che infondata. Da anni infatti le organizzazioni dell’ONU denunciano le violazioni dei diritti umani perpetrate dai funzionari governativi libici nei centri di detenzione, finanziati anche dal governo italiano. Nell’ultimo rapporto ONU si afferma nuovamente l’estrema criticità della situazione libica, definita come un “campo di prigionia a cielo aperto” in cui si susseguono abusi e violenze, tra cui esecuzioni sommarie, sparizioni forzate e torture. 

Dalla Libia, infatti, da anni si susseguono denunce delle organizzazioni ONU (e non solo) di traffico e detenzione di esseri umani da parte dei membri della guardia costiera libica. Oltre alle testimonianze riportate dai giornali e dalle organizzazioni per i diritti umani pubblicate negli ultimi anni, risale al 2018 il primo dei numerosi rapporti ONU in cui si parla di “inimmaginabili orrori” subiti dai migranti in Libia. 

La Conferenza di Berlino

I partecipanti alla Conferenza di Berlino per la Libia 2020
I partecipanti alla Conferenza di Berlino per la Libia 2020

Il rinnovo dell’accordo arriva pochi giorni dopo la conclusione della Conferenza di Berlino sulla Libia, in cui il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Luigi Di Maio, hanno incontrato tra gli altri il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antόnio Guterres, e il Rappresentante Speciale per la Libia, Ghassan Salamè. Al termine degli incontri il Presidente del Consiglio ha dichiarato la disponibilità dell’Italia a lavorare per il “monitoraggio della pace” e per la stabilizzazione della regione. 

Un conflitto incentrato sul gas e il petrolio

I lavori della Conferenza erano cominciati in un clima non proprio disteso: il giorno prima del suo inizio le milizie del Generale Haftar avevano bloccato i pozzi di petrolio nella parte orientale della Libia, nel tentativo di dimostrare alla comunità internazionale che i problemi alla base del conflitto restano irrisolti. La guerra nella regione infatti è incentrata, ieri come oggi, sul gas e il controllo dei pozzi di petrolio. Ultimi contendenti nel controllo della regione sono Grecia, Israele e Cipro che hanno firmato un accordo per costruire un gasdotto che trasporti gas nel Mediterraneo Sud-Orientale dell’Europa continentale, osteggiato però dalla Turchia ugualmente interessata al controllo della zona. La partita in Libia resta quindi aperta e sempre più complicata.

 

Raffinerie libiche

Gli errori europei

Secondo Luigi di Maio, l’Italia e l’Europa hanno perso terreno nella gestione del conflitto libico perché non disposti a fornire armi ai belligeranti. Un’analisi discutibile dato che l’Italia risulta uno dei principali produttori di armamenti esportati in Libia. In realtà l’errore dell’Europa e dell’Italia è stato guardare al paese nordafricano in piena guerra civile come ad una terra di confine. L’esternalizzazione delle frontiere, infatti, non ha fatto altro che accrescere il potere delle milizie armate legate alle diverse tribù presenti nella regione, dando un’ulteriore e pericolosa legittimazione al loro operato.

Intanto arriva la notizia che la Settima Brigata e il governo di Fayez Al-Sarraj hanno firmato la tregua mediata dalla missione UNSMIL dell’ONU. Resta però alta la tensione.

 

Costanza Azzuppardi

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