Patrick Zaki, torturato per ore. Ennesimo caso di violenza in Egitto

Patrick Zaki è stato torturato per ore. Lo  racconta l’Eipr, agenzia Egiziana per i diritti umani di cui Zaki è attivista e ricercatore.

“Patrick è stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato in merito al suo lavoro e al suo attivismo. I legali ci hanno assicurato che sul corpo mostra segni visibili delle violenze”.

Selfie di Patrick Zaki

Patrick George Zaki, 27 anni, è studente da agosto 2019 presso l’Università di Bologna. Nella notte tra il 6 e 7 febbraio è scomparso per 24 ore, dopo l’atterraggio all’aeroporto del Cairo per un periodo di vacanza nella sua città natale. Successivamente il Ministero dell’Interno egiziano ha confermato il suo arresto. Lo studente è attualmente in stato di detenzione preventiva nella città di Mansoura.

“Si tratta di vere torture”

Patrick è stato bendato, picchiato, torturato e interrogato per ore. Egli stesso ha raccontato ai familiari e agli avvocati le violenze subite nei pochi minuti concessi dalla polizia. Secondo il suo avvocato, nel torturarlo “sono stati attenti e professionali. Hanno usato cavi elettrici volanti, nessuno strumento che lasciasse intravedere l’utilizzo dell’elettrochoc. Si tratta di vere torture”.  Il Procuratore della città di Mansoura ha ordinato 15 giorni di detenzione in attesa che si svolgano le indagini.

Le accuse

Secondo l’agenzia egiziana per i diritti umani le accuse riguardano: diffusione di notizie false, incitamento a proteste non autorizzate contro le autorità e il governo, utilizzo di account sui social network in modo da attentare all’ordine pubblico e alla pubblica sicurezza, incitando a commettere atti di violenza e atti di terrorismo. Le attività illecite citate nelle accuse risalirebbero al settembre 2019, periodo in cui Patrick era già a Bologna per continuare la sua formazione post lauream.

Un abuso di potere che ci ricorda il caso Regeni

In realtà il motivo dell’arresto sarebbe il lavoro di Patrick come attivista per i diritti umani. Non sarebbe la prima volta che il governo egiziano riserva tale trattamento ad attivisti e professionisti dei diritti umani. Le circostanze e le modalità dell’arresto riportano al gennaio 2016 quando il corpo di Giulio Regeni fu ritrovato in un fosso lungo l’autostrada per Alessandria. Per il Senatore Luigi Manconi, la somiglianza tra le due vicende dei giovani studiosi si carica di una “esorbitante simbologia”. E, per un “tragico paradosso”, la morte di Giulio torna alla ribalta. L’omicidio del ricercatore friulano, tutt’oggi irrisolto, inizialmente avvenuto in circostanze sospette, si è poi rivelato l’ennesimo abuso di potere del governo al-Sisi.

Secondo Amnesty International, in Egitto l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e reprimere il dissenso pacifico. Stando al rapporto dell’ong, la Procura Suprema abusa regolarmente della detenzione preventiva di una persona sospettata, la stessa misura utilizzata nei confronti di Patrik Zazi, per una durata media di 345 giorni. Nel corso della detenzione è raro che gli imputati vengano interrogati più di una volta.

Egitto, Paese sicuro?

C’è chi, come Erasmo Palazzotto, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, si chiede come si possa ancora considerare l’Egitto un Paese sicuro. In effetti, nonostante le numerose denunce delle assurde violenze messe in atto dal governo egiziano, il rapporto strategico tra Italia e Egitto non è mai stato messo in discussione. A testimoniarlo, la controversa presenza dell’ambasciatore italiano al Cairo.

Il mercato degli armamenti

L’Egitto, Paese centrale nel mondo arabo, con una popolazione di cento milioni di abitanti, è caro all’Italia non solo per la produzione di petrolio e gas (le attività di Eni nel territorio risalgono al 1954), ma anche per il mercato degli armamenti. Infatti, il Presidente al-Sisi, al potere dal 2013, ha recentemente lanciato un’impressionante campagna di riarmo che coinvolge i maggiori produttori di armamenti, Italia inclusa. In ballo le fregate della Fincantieri, oltre a pattugliatori, 24 cacciabombardieri e aerei da addestramento, per un contratto di 9 miliardi di dollari.

Al-Sisi si prepara con la sua flotta a dominare il Mediterraneo orientale, in competizione specialmente con la Turchia. Competizione peraltro già in corso sul territorio libico, vista l’importanza del controllo delle vie marittime per la fornitura di armamenti alle milizie del conflitto.

La situazione è tutt’altro che semplice, ma in un momento storico così importante per il riassetto degli equilibri nel Mediterraneo, resta da chiedersi se il governo italiano avrà più timore dei giganti delle armi o di perdere altri giovani straordinari, colpevoli di lottare per un presente migliore.

Costanza Azzuppardi

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