Memorie di un assassino: il film di Bong Joon Ho finalmente nelle sale

Il recente trionfo di Parasite agli ultimi Oscar, ha indirizzato gli occhi del mondo verso la Corea del Sud, patria di alcuni dei più importanti registi contemporanei. La scoperta di quel mondo cinematografico va di pari passo con la (ri)scoperta del vero artefice di tale situazione, il vincitore dell’ultimo oscar alla regia Bong Joon-Ho. Alcuni dei suoi film si trovano su Netflix già da qualche mese, altri approdano in sala per la prima volta in assoluto. Questo è il caso di Memorie di un assassino, film del 2003 uscito nel nostro paese con estremo e colpevole ritardo. 

Perché un così grande ritardo per Memorie di un assassino (ma probabilmente anche altri film)? 

Nell’era della globalizzazione e dei servizi streaming, vedere un film approdare in sala dopo 17 anni è un fatto davvero insolito. Tutto è a disposizione subito, o quasi. I tempi di attesa sono diminuiti grazie alle nuove invenzioni tecnologiche e a un mercato aperto che permette la rapida circolazioni di merci, capitali e persone. 

Posto anche che il film è straordinario, quali sono le motivazioni di tale ritardo? La distanza da quel mondo cinematografico che solo adesso noi occidentali stiamo provando a colmare? Lo sconosciuto regista coreano tanto bravo ma dal nome impronunciabile che non avrebbe convinto le persone a vedere il film? 

In realtà le risposte potrebbero essere tante, se non per un semplice fatto che riapre tutto: nell’anno della sua uscita, il film venne presentato al Festival del cinema di Torino, nel quale vinse anche un premio del pubblico. Insomma, dobbiamo ringraziare i premi ottenuti durante l’ultima cerimonia degli oscar, altrimenti questo film non sarebbe giunto nelle nostre sale.

Memorie di un assassino: trama

Siamo in Corea del Sud nel 1986, quando una giovane ragazza viene trovata morta dopo essere stata barbaramente violentata. Poco tempo dopo viene trovata un’altra ragazza, uccisa con le stesse modalità. Quando un investigatore giunge da Seul per risolvere il caso, cominciano a mostrarsi punti in comune tra i vari omicidi. Solo allora i protagonisti capiscono di trovarsi davanti a un serial killer.  

Ritmi 

Appare chiaro che il regista sudcoreano sa giocare con il tempo e il ritmo. La sensazione vertiginosa che si percepisce in alcune situazioni, è dovuta alla bravura di Bong Joon-Ho di catapultarci in una storia che sembra percorrere delle montagne russe.

Le sequenze sono ben gestite, nulla è lasciato a caso. Proprio per questo motivo va apprezzata soprattutto la prima mezz’ora del film, che forse è la parte meno emozionante del film ma quella più importante e necessaria. Questa serve per farci conoscere la storia e i personaggi, per farci capire come funziona il mondo in cui essi vivono e quale grande male lo sta minacciando. Il regista è bravo a non accelerare i tempi, permettendoci una chiara comprensione di tutti gli aspetti del film.  

Città e provincia: il mondo sudcoreano

La vicenda si svolge nella campagna coreana, lontano dal centro economico, politico e sociale che è Seul, la capitale del paese. L’incredulità sull’efferatezza degli omicidi, è accentuata proprio da questo aspetto. La collocazione geografica della vicenda evidenza come l’aspetto comunitario delle piccole città di periferia non sia pronto a sopportare (o forse anche comprendere) i motivi che si celano dietro omicidi così brutali. Nella distinzione del sociologo Ferdinand Tonnies, la comunità si differenzia dalla società per dimensioni e rapporti tra i membri. Quest’ultimi, nella comunità, si conoscono tra loro, le loro vite sono simili e hanno tanto in comune. La brutalità di tali omicidi stona irrimediabilmente con la visione idilliaca che si potrebbe avere. 

Quando il detective indigeno Park Du-man chiede al collega di Seul Seo Tae-yun se ha mai visto omicidi del genere e quest’ultimo risponde negativamente, saltano definitivamente tutti gli schemi sociologici conosciuti. La violenza, l’indifferenza, il sospetto, non sono più caratteristiche presenti esclusivamente nelle società, poiché adesso anche le comunità sono state contagiate da tali mali. 

Lo schema narrativo usato in Memorie di un assassino non è nuovo. Lo abbiamo già visto altre volte, soprattutto nella serie di David Lynch Twin Peaks, dove la tranquilla cittadina viene sconvolta dal ritrovamento del corpo di Laura Palmer.

Poliziotto buono e poliziotto cattivo 

Le divisioni tra i due detective riflettono un modo di vedere il mondo completamente differente. Il detective di Seul, che con la logica tenta di risolvere il caso, è l’opposto dell’altro detective, che si affida molto all’istinto e alla superstizione. 

La contrapposizione ideologica però è solo apparente. Il regista sotto questo punto di vista è bravissimo a ribaltare (nuovamente) la situazione. Il percorso che lega i personaggi finisce con l’intrecciarsi fino a capovolgersi del tutto, per poi trasformare il “buono” in “cattivo” e viceversa. Uso le virgolette perché termini così generici vanno stretti al film. Il mondo in cui si svolge l’azione è un mondo amorale, dove i valori conosciuti vengono straordinariamente ribaltati nel corso della vicenda.

L’occhio di Quentin

Al tempo dell’uscita, Quentin Tarantino, grandissimo estimatore e conoscitore del cinema orientale, definì il film un vero e proprio capolavoro. Al momento di ritirare il premio per la miglior regia, Bong Joon Ho ha pubblicamente ringraziato Tarantino, “Mentre nessuno in occidente mi conosceva, Quentin metteva i miei film nella sua lista dei preferiti’, ha detto il regista vincitore.

Tarantino chiaramente non sbagliava, Memorie di un assassino è davvero un grandissimo film. 

Francesco Guerra

 

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

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