L’architettura che non ci piace: questioni in sospeso, sfide future

L’altro giorno ero a Palermo ed in particolare a Mondello. Camminando sul Lungo Mare e alzando lo sguardo verso la montagna che da sul Golfo, mi sono resa conto che, in lontananza, potevo osservare tante piccole case, tutte incomplete, tutte quasi equidistanti, tutte identiche. I giornali hanno ironicamente soprannominato questo luogo come “la collina del disonore”. Il primo pensiero che mi è venuto in mente è che quella doveva essere una delle questioni in sospeso della città di Palermo.

Cosa sono le “questioni in sospeso”?

Se vogliamo dare una definizione esatta, possiamo dire che si tratta di tutte quelle esperienze che sono rimaste “irrisolte” e che, in un certo qual modo, ci inseguono continuamente fino a quando non decidiamo di risolverle del tutto. Tutti ne abbiamo qualcuna.
Se pensiamo alla città come ad una vecchia amica, ci rendiamo conto che anche lei ha un bel po’ di questioni irrisolte. Parlo di tutta quell’architettura “sospesa”, che negli anni non ha mai trovato una giusta soddisfazione, e che si ripresenta, qualche volta o forse ogni giorno, sotto i nostri occhi. Nella maggior parte dei casi si tratta di qualche grande scheletro di cemento, spesso reso “unico” da qualche graffito, oppure di enormi palazzoni che per problemi giudiziari o altro non sono mai stati aperti al pubblico. In realtà questi mostri dell’architettura degli inquilini ce l’hanno – eccome! -ma questa è un’altra storia, una di quelle che si cerca di nascondere perché non conveniente.

Purtroppo non ci limitiamo solo a vecchi edifici incompleti e abbandonati.

Qualche volta le questioni irrisolte più eclatanti sono quelle che riguardano intere porzioni di città rimaste “sospese” in qualche strano e contorto procedimento burocratico. Parlo di paradossi urbanistici infiniti ed estenuanti che ancora non si sono risolti del tutto, e che rovinano il paesaggio urbano, facendo perdere valore a quartieri che non lo meritano.

Io, che abito a Catania, dico con poca serenità che di questa forma di “architettura sospesa” ne conosco anche fin troppi esempi, e che i provvedimenti per cambiare certe situazioni sono stati ben pochi.
Non possiamo però ignorare il fatto che se vogliamo una città migliore, allora dobbiamo trovare il coraggio di sistemare situazioni che ormai hanno fatto il loro corso.

Insomma, anche in architettura, le questioni in sospeso ci aspettano dietro l’angolo. Avremo il coraggio di affrontarle?

Diana Signorelli

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