Il Buco: un modo distopico e grottesco per raccontare la realtà

Su Netflix si trova uno dei film più particolari dell’ultimo periodo. Stiamo parlando del Buco, lungometraggio debutto di Galder Gaztelu-Urrutia. Un’opera che si rivela ambiziosa sotto il profilo della narrazione e della tematica scelta.

Trama 

Goreng decide di trascorrere sei mesi in isolamento dentro il misterioso edificio, con lo scopo di trovare il tempo di leggere Don Chischiotte e smettere di fumare. Il misterioso edificio è una prigione verticale suddivisa in piani, che comunicano tra loro tramite un buco, attraverso il quale passa una piattaforma piena di cibo che serve per saziare tutti. Ma Goreng scopre che quel cibo non sazia tutti, poiché i privilegiati dei piani superiori preferiscono ingozzarsi invece di dividere razionalmente le porzioni. A un punto della piramide, il cibo non arriva, lasciando affamati gli ospiti del piano. Ogni mese i prigionieri cambiano piano, inconsapevoli se il cambiamento sarà in meglio o in peggio.

Partito con alti ideali, Goreng ben presto sarà assorbito dall’oscurità e dalla mentalità del buco, che lo condurrà sull’orlo della pazzia e della fame, costringendolo a una vera e propria lotta per la sopravvivenza con gli altri prigionieri.

Cos’è il buco?

Cos’é il buco? Una prigione dalla quale è impossibile fuggire, anche se forse tale descrizione è riduttiva. Perché sembra essere più di una prigione che all’interno ospita individui sicuramente colpevoli di alcuni crimini, ma anche altri che non sembrano avere motivi per trovarsi in quel posto. 

Ed è allora che il buco assume sempre più la forma di un mondo, di una città, di una società, di un piccolo paese in provincia, insomma qualsiasi luogo nel quale si annidano gli esseri umani. Preso di petto dalla necessità di trovare un rimedio alla fame e alla disperazione, l’essere umano vive il dramma di dover scegliere tra la sua rigidità morale o la sopravvivenza istintiva, che lo porta a comportamenti lontani dal civile. Ed è così che qualsiasi centro umano, che sia una grande o piccola città, uno stato oppure, appunti, il buco, insomma un luogo fatto di interazioni umane, si trasforma ben presto nell’epicentro di uno scontro tra individui. 

Il buco si fa dunque metafora del mondo e della realtà. Di una società arrivata alla drammatica conclusione che l’individualismo e la propria pelle valgono più di qualsiasi altra cosa.

La metafora del mondo

Tutto dunque si fa metafora di un mondo che, in proporzioni più grandi, viene ri(pro)posto crudelmente nella asfissiante struttura senza apparente fine che è il buco.   

Incredibilmente efficace è la prima parte del film, filtro metaforico che connette il buco alle tante contraddizioni della nostra società afflitta dall’individualismo competitivo e dal darwinismo sociale che determina la sopravvivenza di alcuni individui e la morte di altri. Con scetticismo si insinua tra le incredibili barricate umane che dividono gli isolati prigionieri, in un’assurda guerra tra poveri che non sembra trovare rimedio. 

Nemmeno le velleità del protagonista riescono a porre un freno alla situazione. L’essere umana diventa animale, non riconosce più i suoi simili, diventati degli avversari per la sopravvivenza. Quello del buco è un universo mosso solo dal proprio interesse personale. Un mondo senza legami e senza identità, nel quale non può esistere alcuna forma di sentimento verso il prossimo. 

Il viaggio di Goreng

La figura morale di Goreng segue una parabola inevitabile: costretto anche lui alla sopravvivenza, vede la sua morale mutare di fronte all’esigenza di sfamarsi. Una lotta che lo vede innanzitutto impegnato contro gli altri, ma anche contro se stesso e la sua morale che gli impedisce (fino a un certo punto) di seguire i comportamenti abietti e bestiali degli altri prigionieri. Partito con lo scopo di rimanere nella prigione per 6 mesi, con l’obiettivo di smettere di fumare e di leggere Don Chischiotte, ben presto scopre di non poter trovare la pace. 

La trasformazione graduale del protagonista, inizialmente unico elemento positivo della vicenda, ci ricorda la fragile struttura che, di fronte a situazioni talmente reali, siamo soliti dare ai concetti di bene e male. I due opposti, vanno a collidere e ad annullarsi a vicenda: nel buco non sembra esserci spazio per il bene, ma il male allo stesso tempo non esiste, proprio perché non esiste una società con delle regole. L’unica legge è la sopravvivenza, e l’essere umano viene dunque degradato al rango di animale senza intelletto.

La necessità del messaggio

La capacità principale del film è quella di aver saputo instaurare un dialogo continuo con lo spettatore, a cui si rivolge in ogni istante del film, nella speranza che il messaggio venga compreso. Forse questo semplifica eccessivamente la narrazione, ma ciò non penalizza più di tanto l’andamento generale dell’opera.

Lo spettatore deve farsi trovare pronto e attivo. Deve recepire il più possibile ciò che vede, trasformare le immagini in pensieri, in attesa che il finale completi l’opera nel miglior modo possibile.

Ma ecco sorgere il problema.

Nella discesa finale, che ci riporta inevitabilmente a Dante per i vari riferimenti simbolici che si annidano nella narrazione, il film mostra il suo lato debole. Sia perché sfocia nella retorica, sia perché si inceppa proprio sul più bello, non trovando miglior modo di concludere che quello di “mandare un messaggio”. Messaggio che sembra ininfluente ai fini del percorso intrapreso dal film, rendendo corpo estraneo anche lo spettatore, costretto a interrompere il suo processo di interpretazione. 

il buco

Vale la pena vederlo

Con le sale chiuse, le uscite si contano col contagocce. Non sembra stupire dunque il risultato ottenuto dal film uscito su Netflix la scorsa settimana. L’assenza di film al cinema, e le poche uscite sui canali streaming, hanno sicuramente contribuito al successo numerico ottenuto durante la settimana. Il buco rimane, anche a fronte di un finale non proprio esaltante, un film davvero coraggioso. Ne può essere soddisfatto il regista Galder Gaztelu-Urrutia, al debutto in un lungometraggio. 

Francesco Guerra

Francesco Guerra

Studente, speaker radiofonico, cinefilo, accanito lettore, ex calciatore miseramente ritiratosi dall'attività a soli 17 anni. Insomma, un tipo strano.

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